Basta uccisioni di animali da pelliccia

Manovra: stop all’allevamento e all’uccisione degli animali da pelliccia
Agli allevatori tre milioni di euro, possono tenere animali solo fino a giugno

21 Dicembre 2021

 

Stretta contro la produzione delle pellicce naturali. È stato infatti approvato dalla Commissione Bilancio del Senato una versione riscritta dell’emendamento dell’Intergruppo parlamentare per i Diritti degli animali – a prima firma della capogruppo di Leu al Senato Loredana De Petris – che prevede la definitiva chiusura, entro sei mesi, degli allevamenti di animali da pelliccia e un divieto di queste attività nel nostro Paese. In Italia si tratta, di fatto, di dieci allevamenti di visoni ancora formalmente attivi (cinque dei quali senza animali) con 14 addetti complessivi, la cui operatività era già stata sospesa fino alla fine del 2021 a causa dell’emergenza Covid. 

L’emendamento approvato prevede: l’immediato divieto di allevare, far riprodurre in cattività, catturare e uccidere visoni, volpi, cani procione, cincillà e animali di qualsiasi specie per la finalità di ricavarne pelliccia; la chiusura degli allevamenti ancora presenti entro il 30 giugno 2022. Gli allevamenti, la cui attività è sospesa fino al 31 dicembre 2021, saranno comunque soggetti al monitoraggio e alle procedure previste dal Ministero della Salute; un indennizzo per le aziende che ancora detengono il codice attività relativo all’allevamento di animali da pelliccia, coperto da un fondo appositamente istituito presso il Ministero delle Politiche Agricole: 3 milioni di euro nel 2022.  

https://www.lastampa.it/la-zampa/

Dichiarazione Universale dei Diritti Animali(1975)

 

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Animale

PREMESSA

Considerato che ogni animale ha dei diritti;
considerato che il disconoscimento e il disprezzo di questi diritti hanno portato e continuano a portare l’ uomo a commettere crimini contro la natura e contro gli animali;
considerato che il riconoscimento da parte della specie umana del diritto all’esistenza delle altre specie animali costituisce il fondamento della coesistenza delle specie nel mondo;
considerato che genocidi sono perpetrati dall’ uomo e altri ancora se ne minacciano;
considerato che il rispetto degli animali da parte degli uomini è legato al rispetto degli uomini tra loro;
considerato che l’educazione deve insegnare sin dall’infanzia a osservare, comprendere, rispettare e amare gli animali.

SI PROCLAMA:

Articolo 1
Tutti gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all’esistenza.

Articolo 2
a) Ogni animale ha diritto al rispetto; b) l’uomo, in quanto specie animale, non può attribuirsi il diritto di sterminare gli altri animali o di sfruttarli violando questo diritto. Egli ha il dovere di mettere le sue conoscenze al servizio degli animali; c) ogni animale ha diritto alla considerazione, alle cure e alla protezione dell’uomo.

Articolo 3
a) Nessun animale dovrà essere sottoposto a maltrattamenti e ad atti crudeli; b) se la soppressione di un animale è necessaria, deve essere istantanea, senza dolore, nè angoscia.

Articolo 4
a) Ogni animale che appartiene a una specie selvaggia ha il diritto di vivere libero nel suo ambiente naturale terrestre, aereo o acquatico e ha il diritto di riprodursi; b) ogni privazione di libertà, anche se a fini educativi, è contraria a questo diritto.

Articolo 5
a) Ogni animale appartenente ad una specie che vive abitualmente nell’ambiente dell’ uomo ha diritto di vivere e di crescere secondo il ritmo e nelle condizioni di vita e di libertà che sono proprie della sua specie; b) ogni modifica di questo ritmo e di queste condizioni imposta dall’uomo a fini mercantili è contraria a questo diritto.

Articolo 6
a) Ogni animale che l’uomo ha scelto per compagno ha diritto ad una durata della vita conforme alla sua naturale longevità’; 

b) l’abbandono di un animale è un atto crudele e degradante.

Articolo 7
Ogni animale che lavora ha diritto a ragionevoli limitazioni di durata e intensità di lavoro, ad un’alimentazione adeguata e al riposo.

Articolo 8
a) La sperimentazione animale che implica una sofferenza fisica o psichica è incompatibile con i diritti dell’ animale sia che si tratti di una sperimentazione medica, scientifica, commerciale, sia di ogni altra forma di sperimentazione; b) le tecniche sostitutive devono essere utilizzate e sviluppate.

Articolo 9
Nel caso che l’animale sia allevato per l’alimentazione deve essere nutrito, alloggiato, trasportato e ucciso senza che per lui ne risulti ansietà’ e dolore.

Articolo 10
a) Nessun animale deve essere usato per il divertimento dell’ uomo; b) le esibizioni di animali e gli spettacoli che utilizzano degli animali sono incompatibili con la dignità dell’animale.

Articolo 11
Ogni atto che comporti l’uccisione di un animale senza necessità è un biocidio, cioè un delitto contro la vita.

Articolo 12
Ogni atto che comporti l’uccisione di un gran numero di animali selvaggi è un genocidio, cioè un delitto contro la specie; 

b) l’inquinamento e la distruzione dell’ambiente naturale portano al genocidio.

Articolo 13
a) L’animale morto deve essere trattato con rispetto; b) le scene di violenza di cui gli animali sono vittime devono essere proibite al cinema e alla televisione a meno che non abbiano come fine di mostrare un attentato ai diritti dell’animale.

Articolo 14
a) Le associazioni di protezione e di salvaguardia degli animali devono essere rappresentate a livello governativo; b) i diritti dell’ animale devono essere difesi dalla legge come i diritti dell’uomo.

Lo spirito della D. U. D. A.

La Dichiarazione Universale dei Diritti dell’ Animale è stata proclamata il 15 ottobre 1978 presso la sede dell’UNESCO a Parigi. Il suo testo è stato redatto, nel corso di riunioni internazionali, da personalità appartenenti al mondo scientifico, giuridico e filosofico e alle principali associazioni mondiali di protezione animale. Tale Dichiarazione costituisce una presa di posizione filosofica riguardo ai rapporti futuri tra la specie umana e le altre specie. All’alba del XXI secolo essa propone infatti all’uomo le norme di un’ ETICA che dovrebbe essere fermamente e chiaramente espressa nel mondo attuale, già così turbato, minacciato di distruzione e nel quale violenza e crudeltà esplodono in ogni istante.

L’ EGUALITARISMO della “Dichiarazione” deve essere ben compreso: l’affermazione dell’art. 1: “Tutti gli animali nascono uguali davanti alla vita e hanno gli stessi diritti all’esistenza “non esprime un’eguaglianza di fatto tra le specie, ma un’eguaglianza di diritti, non nega cioè le evidenti differenze di forme e di capacità esistenti tra gli animali, ma afferma il diritto alla vita di tutte le specie nel quadro dell’EQUILIBRIO NATURALE.
L’ uomo, nel corso del tempo, ha stabilito un codice di diritti relativi alla propria specie; ma, nei confronti dell’universo, non dispone di alcun particolare diritto. L’uomo è, in effetti, una delle specie animali terrestri, e una delle più recenti comparse sulla terra. La Vita non appartiene alla specie umana, l’uomo non è né il creatore né il detentore; la vita appartiene tanto all’insetto che al pesce, tanto al mammifero che all’uccello.
L’ uomo ha invece creato nel mondo vivente una gerarchia arbitraria che non esiste in natura, tenendo conto solamente della propria utilità.

Questa gerarchia antropocentrica ha condotto allo SPECISMO, che consiste nell’adottare un atteggiamento differente secondo le specie, nel distruggerne alcun proteggendone altre, nel dichiarare che certe specie sono “utili”, altre “nocive”, o “crudeli”. Per causa dello SPECISMO alcuni proteggono il cane e il gatto, mentre non si preoccupano degli animali selvatici imprigionati negli zoo, oppure proteggono le aquile e perseguitano le talpe.
Per specismo si è riservata “l’intelligenza” all’uomo e si è concesso “l’istinto” all’animale. Lo specismo ha anche indotto l’uomo a ritenere che l’animale non soffrisse come lui, per poterlo usare e sfruttare Come il “razzismo”, che nega a certi uomini quei diritti che altri uomini si attribuiscono, si può definire un CRIMINE CONTRO L’ UMANITA’, così lo “specismo”, che stabilisce una gerarchia di diritti nel mondo, è un CRIMINE CONTRO LA VITA .
I principi della “Dichiarazione” aiutano l’ umanità a ritrovarsi in armonia con l’universo. Non hanno certamente lo scopo di far regredire l’uomo alla vita primitiva, ma tendono a indurlo al RISPETTO PER LA VITA , perché l’uomo ha il DOVERE, per il bene di tutta la COMUNITA’ BIOLOGICA alla quale APPARTIENE e dalla quale DIPENDE, di rispettare la Vita in tutte le sue forme.

La D.U.D.A. proponeva nel 1978 regole di comportamento umano nei vari settori in cui l’uomo si incontra e/o si scontra con la natura e gli animali:
– rispetto per gli habitat e per gli animali selvatici (quindi rinuncia o riduzione di caccia e pesca);
– rinuncia all’uso di animali per divertimento o pseudocultura (zoo e circhi);
– rinuncia all’addomesticamento autoritario di alcune specie:
a) per fini alimentari (allevamenti intensivi, trasporti, macellazioni)
b) per fini commerciali e sportivi (cani, gatti, cavalli e altri animali)
c) per l’abbigliamento (animali da pelliccia);
– rinuncia all’uso di animali per la ricerca biomedica, industriale, cosmetica, didattica, etc.;
– rinuncia ai maltrattamenti, alle crudeltà, agli abbandoni di animali domestici;
– rinuncia all’uso, alla tortura, all’uccisione di animali a scopi di divertimento (corride, combattimenti di cani, rodei, corse, feste sadiche, ippica)

L’ ETICA BIOLOGICA della “Dichiarazione” non ha certo lo scopo di far dimenticare la lotta contro la miseria dell’uomo, contro la fame, la guerra, la tortura, l’egoismo, ma induce l’umanità a ritrovare il suo posto tra le specie viventi e ad integrarsi in un nuovo equilibrio naturale, condizione fondamentale per la propria sopravvivenza .
Ciò significa che la specie umana deve modificare il suo modo di pensare per rinunciare progressivamente alla sua attitudine antropocentrica, come ad ogni comportamento zoolatrico, per adottare un comportamento BIOCENTRICO fondato sulla tutela della Vita. In questo senso la Dichiarazione universale dei diritti dell’animale è una tappa importante della cultura umana.

Significato ecologico del documento

Alla luce dei più recenti studi della moderna biologia la “Dichiarazione” propone le norme di un’ etica fondata sul diritto all’esistenza di tutte le specie, nel quadro dell’equilibrio naturale. Ne deriva per l’uomo il dovere di rispettare la Vita in tutte le sue forme nel rispetto dell’UNITA’ e, al tempo stesso, della DIVERSITA’ degli esseri viventi; ne deriva ancora l’impegno ad una lotta pacifica ma ferma per ridurre ed eliminare la sofferenza, la tortura, la distruzione nell’ambito della comunità biologica a cui l’uomo appartiene e dalla quale dipende.

Ogni specie, ogni individuo contribuisce, con la sua originalità, ad assicurare la stabilità dinamica della biosfera e dunque la sopravvivenza di tutti i suoi componenti. Ogni specie, ogni individuo possiede dunque DIRITTI NATURALI ad un’esistenza degna. La specie umana ha invece iniziato un’autoritaria gestione dell’economia biologica, gestione che è assicurata da una continua gerarchizzazione delle specie e degli individui, riferita esclusivamente alle possibilità di un gruppo culturale usato come unità di misura.
L’addomesticazione totalitaria della Natura da parte dell’uomo è avvenuta a prezzo di sofferenze, distruzioni e uccisioni di specie ed individui fino a minacciare d’estinzione l’Evoluzione e l’esistenza di tutta la biosfera.
Poiché l’uomo ha superato il limite oltre il quale l’equilibrio naturale può essere definitivamente sconvolto, con danno irreversibile anche per la specie umana, è necessario limitare quei diritti sul mondo che l’uomo si è sconsideratamente arrogato.

Tale documento è quindi una proposta operativa per un impegno di vita che si realizzi nel rifiuto del consumismo, dello spreco, dello sfruttamento e nella gestione equa delle risorse, nella scelta di beni essenziali nel rispetto dell’equilibrio biosferico sia nel settore produttivo che in campo scientifico, culturale e del tempo libero.
Sul piano giuridico la Dichiarazione indica una strada per il riconoscimento e la tutela dei diritti dell’animale considerato non in relazione al possesso, all’affetto o all’utile ecologico dell’ uomo, ma come soggetto, individuo, portatore di interessi vitali.

La Dichiarazione universale dei diritti dell’animale, redatta dalla Lega internazionale dei diritti dell’animale, è stata presentata a Bruxelles il 26 gennaio 1978 e sottoscritta da personalità del mondo filosofico, giuridico e scientifico; successivamente è stata proclamata a Parigi presso la sede dell’UNESCO, il 15 ottobre 1978, presenti Remy Chauvin, etologo e scrittore, Alfred Kastler, premio Nobel per la fisica, S.E. Hamza Boubakeur, rettore dell’ Istituto Mussulmano della Moschea di Parigi, il prof. Georges Heuse.
La delegazione italiana era costituita dalla dr. Laura Girardello, dal dr. Giovanni Peroncini, dal prof. Mario Girolami e dalla prof. Clara Genero.

10 dicembre, giornata internazionale dei diritti animali, in Italia resta l’emergenza randagismo e abbandoni

Un interessante articolo di Marta Duò, in occasione della giornata internazionale degli animali(G.N.)

Giornata mondiale dei diritti umani e degli animali: in Italia è emergenza randagismo e abbandoni

Il 10 dicembre si celebra la Giornata Internazionale dei diritti degli animali: in questa occasione, ecco quali sono i dati relativi all’abbandono di animali e al randagismo nel nostro Paese.

Il 10 dicembre si celebra anche la Giornata Internazionale dei Diritti degli Animali, in parallelo con quella per i Diritti degli esseri umani. Ecco come nasce questa ricorrenza e quali sono i dati in Italia relativi al benessere degli animali e al rispetto dei loro diritti.
Nel 1998, 50 anni dopo l’adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’associazione animalista britannica Uncaged, ora Centre for Animals and Social Justice, aveva deciso di proclamare una Giornata per celebrare anche i diritti degli animali.
La Dichiarazione universale dei diritti degli animali esiste ed è stata depositata all’Unesco il 17 ottobre del 1978. Si tratta tuttavia di un documento privo di valore giuridico, che fornisce però delle linee guida etiche e morali sul rispetto degli animali. La Dichiarazione conta 10 articoli che ribadiscono come tutti gli animali abbiano gli stessi diritti e che la loro vita vada rispettata. Inoltre, precisano che nessuno essere vivente dovrebbe essere sottoposto a trattamenti o azioni crudeli. Nella Dichiarazione si sottolinea anche l’importanza dell’educazione al rispetto degli animali tra i cittadini e, soprattutto, nelle scuole.
Diritti degli animali, il problema dell’abbandono e del randagismo in Italia
Tra i problemi più gravi che affliggono anche l’Italia e che mina il benessere degli animali ci sono quelli dell’abbandono e del randagismo, spesso concausa uno dell’altro. Secondo LAV, il picco di animali abbandonati si ha nel periodo estivo e raggiunge vette del 25-30%, spesso in concomitanza con la partenza per le vacanze. In più, si stima che il 30% dei cani sia abbandonato subito dopo l’apertura della stagione venatoria. LAV stima una media di 80.000 gatti e 50.000 cani abbandonati ogni anno.
Più dell’80% di loro corre il rischio concreto di morire di incidenti, di stenti o a causa di maltrattamenti.

Quali sono i dati sul randagismo Regione per Regione

I dati sul randagismo sono invece comunicati ogni anno dalle Regioni e Province Autonome al Ministero della Salute. In particolare, gli Enti devono indicare il numero di ingressi nei canili, cioè il numero di animali vaganti che sono catturati sul territorio, ma anche il numero dei cani dati in adozione e il numero di gatti sterilizzati nell’anno dal Servizio Sanitario Nazionale.

Le Regioni hanno inoltre l’obbligo di sentire le associazioni animaliste, protezioniste e venatorie, e adottare un programma di prevenzione del randagismo con interventi di informazione, anche nelle scuole, e corsi di formazione per chi opera nei servizi veterinari. Regione per Regione, ecco alcuni dati relativi agli ingressi nei canili sanitari e nei canili rifugio, aggiornati al 7 ottobre 2021: in Abruzzo si parla di 5.271 animali; in Basilicata di 4.298; nella Provincia Autonoma di Bolzano gli ingressi sono stati 322; in Calabria 3.124; in Campania 14.055; l’Emilia-Romagna ha comunicato 7.771 ingressi; il Friuli-Venezia Giulia 2.166; il Lazio 13.325; la Liguria 1.360; in Lombardia sono stati segnalati 12.785 ingressi; nelle Marche 3.392; in Molise 1.200; in Piemonte 11.803; in Puglia 10.542; in Sardegna 5.821; in Sicilia sono stati riportati 4.956 ingressi; in Toscana 7.647; nella Provincia Autonoma di Trento 253; in Umbria 2.253; in Valle d’Aosta 281; in Veneto 6.541.
In totale si tratta di 118.857 ingressi nei canili nel 2020.

Le altre giornate dedicate agli animali, domestici e non

Il benessere e la tutela degli animali sono argomenti così importanti da aver dedicato loro altre giornate oltre al 10 dicembre.
Il 4 ottobre, nel giorno di San Francesco d’Assisi protettore degli animali, si festeggia il World animal day. Il 24 aprile è invece dedicato agli animali da laboratorio e il 18 agosto si celebra la giornata internazionale degli animali senza una dimora.

(Marta Duò, theSocialPost.it, 10 dicembre 2021)

IX° rapporto “Animali in città”

Animali in Città è l’indagine di Legambiente che valuta le performance che amministrazioni comunali e aziende sanitarie dichiarano di offrire ai cittadini che hanno animali d’affezione e, in generale, per la migliore convivenza in città con animali padronali e selvatici.

 

 

Premessa

Con l’affacciarsi del terzo millennio sono esplose alcune delle principali sfide globali e del Paese rispetto agli obiettivi socio-culturali desiderabili ed anche quella per rinnovare la complessa e plurale relazione con il mondo animale si vince o si perde, con differenti e molteplici conseguenze di tipo economico, sociale e ambientale, a partire dalle città. Il quadro che emerge dal IX rapporto nazionale “Animali in Città” rimarca l’urgenza di una visione e una strategia condivise tra i diversi attori istituzionali maggiormente responsabili di tali aspetti: governo, regioni e amministrazioni comunali, per superare le attuali criticità, che vedono involontari protagonisti gli altri animali, accrescere la consapevolezza nei cittadini delle conseguenze sanitarie, ambientali, sociali ed economiche dei diversi comportamenti possibili e, last but not least, per giungere ad effettive condizioni di benessere umano e degli altri esseri senzienti in un contesto di civile convivenza.

 

Gli attori istituzionali italiani

Le amministrazioni comunali in Italia sono 7.917, anno 2019, per una popolazione di 59.641.488 cittadini, dati ISTAT), di cui 10 città metropolitane e 107 capoluoghi di provincia a fronte di 110 province, poiché vi sono cinque province con due città capoluogo (Pesaro e Urbino, Olbia – Tempio, Medio Campidano, Ogliastra e Carbonia – Iglesias) e una provincia con tre città capoluogo (Barletta – Andria – Trani). Aosta, capoluogo regionale, è considerata anche capoluogo provinciale in quanto la regione svolge tali funzioni.
Nelle 20 regioni, di cui cinque a statuto speciale: Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trentino – Alto Adige e Sicilia, e nelle 2 province autonome di Bolzano e Trento, dai dati pubblicati dal Ministero della Salute, risultano, nell’anno 2019, 101 (considerando le principali aree socio-sanitarie di Marche e Sardegna sono 112) aziende sanitarie. Nelle regioni Valle d’Aosta, Marche, Molise e Sardegna è presente una sola azienda sanitaria regionale, articolate per aree territoriali.
L’attività amministrativa deve ispirarsi al principio di trasparenza, inteso come accessibilità ai dati e ai documenti dell’amministrazione o ai riferimenti da quest’ultima utilizzati nell’assumere una determinata posizione. La trasparenza diviene così, sempre più, parametro di efficienza, principio atto a limitare fenomeni corruttivi e strumento per rinsaldare il rapporto fiduciale e collaborativo con i cittadini. In estrema sintesi, modalità concreta di buona e condivisa amministrazione della cosa pubblica.
Nella tabella a seguire sono riportate le percentuali di risposte ricevute dalle Amministrazioni comunali e dalle aziende sanitarie italiane in relazione ai dati richiesti per la redazione del IX rapporto nazionale Animali in Città.

Regione / P.A. Comuni italiani Risposte ricevute %
Emilia Romagna 328 67 20,4
Lombardia 1507 286 19
Marche 228 42 18,4
Valle d’Aosta 74 12 16,2
Liguria 234 36 15,4
Toscana 273 42 15,4
Piemonte 1181 179 15,2
Friuli Venezia Giulia 215 31 14,4
Sardegna 377 47 12,5
Veneto 563 68 12,1
P.A. Bolzano 116 14 12,1
Umbria 92 11 12
Puglia 257 30 11,7
Basilicata 131 15 11,5
P.A. Trento 178 20 11,2
Sicilia 390 42 10,8
Abruzzo 305 27 8,9
Campania 550 46 8,4
Molise 136 10 7,4
Lazio 378 25 6,6
Calabria 404 19 4,7
Totale 7917 1069 13,5

Tabella 1, comuni “trasparenza p.a.”, fonte Legambiente, IX rapporto nazionale Animali in Città

 

Anagrafe degli animali d’affezione

Il principale strumento normativo e amministrativo di conoscenza su presenza e cambiamenti nelle popolazioni degli animali d’affezione o compagnia presenti in Italia è l’anagrafe degli animali d’affezione, la cui responsabilità di gestione è quasi ovunque in capo alle regioni, tramite i servizi veterinari delle aziende sanitarie, e solo in due aree del Paese è direttamente in capo alle amministrazioni comunali (Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia). La separatezza territoriale nella gestione delle banche dati continua a produrre e manifestare assurdi “svantaggi” e nessun palese beneficio.
Inoltre, a tutt’oggi, l’anagrafe degli animali d’affezione è normativamente obbligatoria soltanto per i cani e, per poche casistiche, per gatti e furetti. Tutto il variegato mondo animale, ricchissimo in termini quantitativi e qualitativi, che abita le case degli italiani rimane, colpevolmente e criticamente, avvolto nelle nebbie.
L’assenza di un’anagrafe nazionale obbligatoria, ancor più in presenza delle innovazioni tecnologiche attuali, aperta a tutte le specie animali che possono, lecitamente, essere presenti nelle case degli italiani come animali d’affezione o compagnia, risulta incomprensibile e colpevole. Inoltre è fonte primaria di maggiori difficoltà nel prevedere, organizzare e correttamente fornire tanto i necessari servizi ai cittadini, quanto nel poter pianificare, programmare e realizzare gli utili controlli, anche in ambito sanitario, per prevenire criticità, migliorare e rendere sicura la convivenza con i “pet”.

Regione / P.A. Cani Popolazione 1cane ogni n. cittadini
Umbria 404.319 882.015 2,2
Sardegna 539.920 1.639.591 3,0
Friuli-Venezia Giulia 384.300 1.215.220 3,2
Emilia-Romagna 1.182.492 4.459.477 3,8
Veneto 1.296.870 4.905.854 3,8
Molise 72.988 305.617 4,2
Marche 340.958 1.525.271 4,5
Piemonte 970.115 4.356.406 4,5
Toscana 777.184 3.729.641 4,8
Valle d’ Aosta 24.951 125.666 5,0
P.A. Trento 104.588 541.098 5,2
Basilicata 108.132 562.869 5,2
Abruzzo 243.957 1.311.580 5,4
Lombardia 1.624.375 10.060.574 6,2
Lazio 948.950 5.879.082 6,2
Liguria 234.238 1.550.640 6,6
Sicilia 752.862 4.999.891 6,6
Campania 853.228 5.801.692 6,8
P.A. Bolzano 70.210 531.178 7,6
Puglia 525.438 4.029.053 7,7
Calabria 170.253 1.947.131 11,4
Totale 11.630.328 60.359.546 5,2

Tabella 5 – anagrafe canina: mostra il rapporto tra il numero di cani e numero di cittadini, parametri strettamente correlati, che di anno in anno si avvicina alla situazione reale – DATA: 04/12/2019

 

 

 

Regione / P.A. Gatti Popolazione 1 gatto ogni n. cittadini
P.A . Bolzano 13.166 531.178 40,3
Valle d Aosta 2.835 125.666 44,3
Emilia-Romagna 84.593 4.459.477 52,7
Lombardia 188.572 10.060.574 53,4
Veneto 86.917 4.905.854 56,4
P.A. Trento 8.336 541.098 64,9
Toscana 46.357 3.729.641 80,5
Marche 15.112 1.525.271 100,9
Campania 53.912 5.801.692 107,6
Puglia 32.593 4.029.053 123,6
Sicilia 24.126 4.999.891 207,2
Piemonte 17.443 4.356.406 249,8
Lazio 20.900 5.879.082 281,3
Sardegna 2.661 1.639.591 616,2
Liguria 2.275 1.550.640 681,6
Calabria 1.891 1.947.131 1029,7
Basilicata 521 562.869 1080,4
Molise 211 305.617 1448,4
Umbria 0 882.015
Friuli-Venezia Giulia 0 1.215.220
Abruzzo 0 1.311.580
Totale 602.421 60.359.546 100,2

Tabella 6 – Anagrafe felina: mostra che in cinque amministrazioni (PA Bolzano, Valle d’Aosta, Emilia Romagna, Lombardia e Veneto), benchè non obbligatoria, abbia raggiunto un valore, in media, inferiore ad 1 gatto registrato ogni 50 cittadini, mentre in tre regioni (Umbria, Friuli Venezia Giulia e Abruzzo) in teoria non vi sarebbe neanche un gatto. Ancora enorme è la distanza tra la realtà e la rappresentazione – DATA: 04/12/2019

 

 

 

Performance: macro aree di indagine, indicatori e pesi assegnati

Per indagare la complessa sfida aperta dal cambiamento culturale e di abitudini di vita di larghissima parte della società italiana, avvenuta soprattutto negli ultimi tre decenni, Legambiente, anche grazie al proficuo confronto con i rappresentanti di Istituzioni ed enti patrocinanti il presente rapporto, ha costruito e inviato uno specifico questionario composto da 28 domande alle amministrazioni comunali ed un altro specifico questionario composto da 23 domande alle aziende sanitarie italiane. Le articolate informazioni direttamente ricevute dagli enti pubblici sono così state raggruppate in macro aree di indagine, quattro per le amministrazioni comunali e tre per le aziende sanitarie. Per ognuna di queste macro aree sono stati individuati alcuni indicatori che potessero restituire la complessità sottesa a ciascuna delle macro aree.

Per le amministrazioni comunali le macro aree sono quattro, 35 gli indicatori:

1) quadro delle regole: rappresentato dai regolamenti comunali e dalle ordinanze sindacali che implementano e/o rafforzano la normativa vigente e/o articolano nuove e vecchie esigenze dei cittadini in ambito comunale; 9 sono gli indicatori considerati.

2) risorse/risultati: risorse economiche impegnate e risultati rispetto ad alcuni degli aspetti con maggior ricaduta su cittadini e pubblica amministrazione; 8 sono gli indicatori considerati.

3) organizzazione/servizi: strutture e servizi offerti ai cittadini; 12 sono gli indicatori considerati.

4) controlli: organizzazione ed efficacia delle attività di controllo; 6 sono gli indicatori utilizzati.

Per le aziende sanitarie locali le macro aree sono tre, 24 gli indicatori:

1)risorse/risultati: risorse economiche impegnate e risultati rispetto ad alcuni degli aspetti con maggior ricaduta su cittadini e pubblica amministrazione; 8 sono gli indicatori considerati.

2) organizzazione/servizi: strutture e servizi offerti ai cittadini; 9 sono gli indicatori considerati.

3) controlli: organizzazione ed efficacia delle attività di controllo; 7 sono gli indicatori considerati.

Per ciascuno degli indicatori è stato quindi fissato l’obiettivo ottimale e la soglia minima per la valutazione dello stesso e, successivamente, assegnato il peso relativo a ciascun indicatore utile a compartecipare alla costruzione del punteggio totale il quale è stato infine correlato ad una valutazione complessiva della performance dell’Ente medesimo.

comuni – quadro delle regole, 9 indicatori considerati:

  • La presenza, tramite regolamento e/o ordinanza sindacale, e i contenuti di una disciplina relativa alla corretta detenzione degli animali in città e la previsione di specifiche sanzioni per gli illeciti (ad es.: mancata anagrafe e/o rimozione escrementi, ecc.);
  • La presenza, tramite regolamento e/o ordinanza sindacale, e i contenuti di una disciplina che preveda agevolazioni fiscali e/o sostegni economici a chi adotta cani e/o gatti presenti nelle strutture comunali;
  • La presenza, tramite regolamento e/o ordinanza sindacale, e i contenuti di una disciplina finalizzata alla prevenzione e al contrasto del randagismo canino e felino tramite agevolazioni fiscali e/o sostegni economici (ad esempio, tramite convenzioni con Ordine dei medici veterinari) a favore di chi sterilizza il proprio cane e/o gatto e, viceversa, oneri fiscali per chi lo detiene non sterilizzato (capacità riproduttiva e conseguenti cucciolate);
  • La presenza, tramite regolamento e/o ordinanza sindacale, e i contenuti di una disciplina relativa all’accesso degli animali d’affezione negli uffici e/o nei locali aperti al pubblico;
  • La presenza, tramite regolamento e/o ordinanza sindacale, e i contenuti di una disciplina che faciliti e consenta il rispetto del vigente obbligo di legge di incenerimento e/o tumulazione e/o inumazione e/o cremazione degli animali d’affezione;
  • La presenza, tramite regolamento e/o ordinanza sindacale, e i contenuti di una disciplina che preveda tratti di spiaggia libera in cui sia concesso recarsi con gli animali d’affezione e/o preveda la facoltà per i gestori di stabilimenti balneari di consentire l’accesso di animali d’affezione;
  • La presenza, tramite regolamento e/o ordinanza sindacale, e i contenuti di una disciplina che rafforzi il contrasto alla detenzione e utilizzo di esche e bocconi avvelenati nel territorio comunale;
  • La presenza, tramite regolamento e/o ordinanza sindacale, e i contenuti di una disciplina relativa ad arrivo e sosta di spettacoli (circhi e mostre itineranti) che utilizzano animali, con particolare riguardo agli aspetti relativi a benessere e sanità animale, sicurezza e incolumità pubblica.
  • La presenza, tramite regolamento e/o ordinanza sindacale, e i contenuti di una disciplina relativa all’utilizzo di botti e fuochi pirotecnici, con particolare riguardo agli aspetti relativi a benessere, sicurezza e incolumità pubblica.

comuni – risorse/risultati, 8 indicatori considerati:

  • Il rapporto fra la spesa dichiarata e il numero dei cittadini residenti;
  • Il rispetto o il ritardo nei termini di pagamento per forniture e servizi;
  • Il rapporto fra il numero dei cittadini residenti e il numero di cani inscritti in anagrafe canina;
  • La percentuale di gatti sterilizzati tra quelli presenti nelle colonie feline;
  • Il rapporto tra i cani entrati nei canili e la sommatoria del numero dei cani dati in adozione, restituiti al proprietario e reimmessi nel territorio quali cani liberi controllati;
  • Il rapporto tra i gatti entrati nei gattili e la sommatoria del numero dei gatti dati in adozione, restituiti al proprietario e reimmessi in colonia felina;
  • Il rapporto tra l’estensione della superficie, in chilometri quadrati, del comune e il numero delle aree verdi disponibili dedicate ai cani;
  • Il rapporto tra il numero di cittadini residenti e il numero delle aree verdi disponibili dedicate ai cani.

comuni – organizzazione/servizi, 12 indicatori considerati:

  • L’indicazione del personale di riferimento dell’Ufficio e la completezza dei contatti;
  • La presenza, adeguatezza e strutturazione degli uffici pubblici appositamente dedicati;
  • L’approccio proattivo dell’ente in relazione alla promozione della sensibilizzazione, all’anagrafe canina e felina e alla formazione dei proprietari di cani mordaci;
  • La presenza, organizzazione e attività dei canili e/o gattili;
  • La presenza e il funzionamento dei canili rifugio;
  • La presenza e il funzionamento dei gattili;
  • La presenza e l’adeguatezza della gestione di cani liberi controllati;
  • La presenza del piano di monitoraggio delle colonie feline e la sua attuazione;
  • Le opportunità e la varietà di offerta in relazione al trasporto pubblico autorizzato anche in compagnia di animali d’affezione;
  • La presenza di una procedura d’intervento su richiesta dei cittadini che si imbattono in animali liberi non padronali in difficoltà;
  • Le conoscenze e la regolarità nell’aggiornamento delle informazioni relative alla composizione e distribuzione della biodiversità animale urbana;
  • La messa in atto di azioni per prevenire e ridurre i conflitti tra animali liberi e attività antropiche.

comuni – controlli, 6 indicatori considerati:

  • L’applicazione di norme, regolamenti e ordinanze sindacali e le risultanze delle attività svolte;
  • La presenza in dotazione e il numero della strumentazione minima (lettori microchip) assegnati al personale dipendente;
  • La conoscenza aggiornata e l’adeguatezza delle informazioni relative all’anagrafe canina;
  • La conoscenza aggiornata e l’adeguatezza delle informazioni relative all’anagrafe felina;
  • La conoscenza aggiornata e l’adeguatezza delle informazioni su presenza, nel territorio di competenza, di strutture dedicate agli animali da compagnia;
  • La partecipazione al tavolo per il contrasto delle esche avvelenate presso la Prefettura.

aziende sanitarie – risorse/risultati, 8 indicatori considerati:

  • Il rapporto fra la spesa dichiarata e il numero dei cittadini residenti;
  • Il rapporto fra il numero dei cittadini residenti e il numero di cani inscritti in anagrafe canina;
  • La percentuale di gatti sterilizzati tra quelli presenti nelle colonie feline;
  • Il rapporto tra i cani entrati nei canili sanitari e la sommatoria del numero dei cani dati in adozione, restituiti al proprietario e reimmessi nel territorio quali cani liberi controllati;
  • Il rapporto tra i gatti entrati nei gattili sanitari e la sommatoria del numero dei gatti dati in adozione, restituiti al proprietario e reimmessi in colonia felina;
  • La partecipazione alle attività delle amministrazioni comunali al fine di prevenire e ridurre i conflitti tra animali liberi e attività antropiche;
  • La partecipazione al tavolo per il contrasto delle esche avvelenate presso la Prefettura.
  • Il rispetto o il ritardo nei termini di pagamento per forniture e servizi.

aziende sanitarie – organizzazione/servizi, 9 indicatori considerati:

  • L’indicazione del personale di riferimento dell’ufficio, la completezza dei contatti e dei dati territoriali;
  • La presenza, adeguatezza e strutturazione degli Uffici pubblici appositamente dedicati;
  • L’approccio proattivo dell’ente in relazione alla promozione dell’anagrafe canina e felina, della sterilizzazione di cani e gatti e alla formazione dei proprietari di cani mordaci;
  • La presenza, organizzazione e attività dei canili e/o gattili;
  • La presenza e il funzionamento dei canili sanitari;
  • La presenza e il funzionamento dei gattili sanitari;
  • La presenza e l’adeguatezza della gestione di cani liberi controllati;
  • La presenza del piano di monitoraggio delle colonie feline e la sua attuazione;
  • La presenza di una procedura d’intervento su richiesta dei cittadini che si imbattono in animali liberi non padronali in difficoltà.

aziende sanitarie – controlli, 7 indicatori considerati:

  • La conoscenza aggiornata e l’adeguatezza delle informazioni su presenza, nel territorio di competenza, di strutture dedicate agli animali da compagnia;
  • L’applicazione di norme, regolamenti e ordinanze e le risultanze delle attività svolte;
  • La presenza in dotazione e il numero della strumentazione minima (lettori microchip) assegnati al personale dipendente;
  • La conoscenza dei dati sanitari dei centri di recupero per animali operanti nel territorio di competenza;
  • Il monitoraggio dello stato sanitario degli animali selvatici sinantropi nel territorio di competenza;
  • La conoscenza aggiornata e l’adeguatezza delle informazioni relative all’anagrafe canina;
  • La conoscenza aggiornata e l’adeguatezza delle informazioni relative all’anagrafe felina.

Nella valutazione di alcuni degli indicatori per le amministrazioni comunali si è tenuto conto di due fattori compensativi per i piccoli e i piccolissimi comuni: il numero di abitanti e il grado di urbanizzazione, sulla base dei dati dell’ISTAT/Eurostat. E’ stato assegnato un fattore compensativo per i Piccolissimi Comuni (PIS), fino a 1.000 abitanti, e un differente fattore compensativo per i Piccoli Comuni (PIC), da 1001 a 5.000 abitanti. Anche per il grado di urbanizzazione 3, equivalente a “scarsamente popolato o rurale”, è stato assegnato un ulteriore fattore compensativo. Il punteggio compensativo massimo assegnabile è di 21,25 ai PIS e di 14,5 ai PIC.

Le quattro macro aree relative alle amministrazioni comunali possono contribuire ciascuna per 25 punti, ad eccezione delle macro aree “Quadro delle Regole” e “Risorse/Risultati” che assegnano 27 punti e, nel caso di comuni con tratti costieri, lacuali o marini, può assegnare ulteriori tre punti in relazione alla presenza di regolamenti e/o ordinanze sindacali per la fruizione della costa. Il totale così composto risulta di massimo 104 punti, con la possibilità di giungere a 107 punti totali nel caso dei soli comuni costieri.

Le tre macro aree relative alle aziende sanitarie possono contribuire per un massimo di 32 punti le prima (risorse/risultati), di 30 punti la seconda (organizzazione/servizi) e di 40 punti la terza macro area, quella relativa ai controlli. Il totale così composto risulta di massimo 102 punti.

Al punteggio totale così ottenuto da ciascun ente stata abbinata la valutazione della performance complessiva realizzata e, a seconda del punteggio raggiunto, queste le risultanti performance assegnate ai singoli enti:

  • assenza di risposta → performance negativa (per mancanza totale di informazione)
  • punteggio da 0 a 9,9 → performance pessima
  • punteggio da 10 a 19,9 → performance scarsa
  • punteggio da 20 a 29,9 → performance insufficiente
  • punteggio da 30 a 39,9 → performance sufficiente
  • punteggio da 40 a 49,9 → performance buona
  • punteggio da 50 a 69,9 → performance ottima
  • punteggio da 70 a 102/107 → performance eccellente

analogamente e con la medesima proporzione è stata valutata la performance di ciascuna macro area per le amministrazioni comunali e per le aziende sanitarie.

 

 

Premio nazionale “Animali in Città” 2020

Legambiente, da quest’anno, ha deciso di assegnare il premio nazionale “Animali in Città” rivolto alle esperienze dei comuni e delle aziende sanitarie che hanno realizzato, coerentemente con l’analisi dei 35 indicatori per i comuni e dei 24 indicatori per le aziende sanitarie, i risultati migliori. La sfida per affrontare la complessa relazione con gli animali in città, sia padronali che vaganti, sia domestici che selvatici, è frutto di molti fattori e attori e, per questo, Legambiente ha condiviso, con tutte le istituzioni patrocinanti il rapporto nazionale, e quindi scelto di puntare sull’analisi della complessità, piuttosto che su elementi puntuali, per riconoscere e premiare i passi avanti.

Dall’analisi dei dati ricevuti dai comuni, i premiati del IX rapporto nazionale sono:

  • Prato, Modena e Bergamo, in quanto primo, secondo e terzo miglior risultato nella valutazione complessiva dei 35 indicatori considerati, tra tutti i 1.069 comuni che hanno fornito dati;
  • Ventimiglia (IM), quale primo miglior risultato nella valutazione dei 9 indicatori relativi al quadro delle regole, tra tutti i 1.069 comuni che hanno fornito dati;
  • Verres (AO), quale primo miglior risultato, pari merito, nella valutazione degli 8 indicatori relativi al quadro per la gestione di risorse/risultati, tra tutti i 1.069 comuni che hanno fornito dati;
  • Prato, quale primo miglior risultato nella valutazione dei 12 indicatori relativi al quadro dell’organizzazione/servizi offerti al cittadino, tra tutti i 1.069 comuni che hanno fornito dati;
  • Cervia (RA), quale primo miglior risultato nella valutazione dei 6 indicatori relativi al quadro dei controlli, tra tutti i 1.069 comuni che hanno fornito dati;
  • Zocca (MO), quale primo miglior risultato nella valutazione complessiva dei 35 indicatori considerati, tra tutti i piccoli comuni, con popolazione sotto i 5mila abitanti, che hanno fornito i dati;
  • Aviano (PN), quale primo miglior risultato nella valutazione complessiva dei 35 indicatori considerati, tra tutti i medio-piccoli comuni, con popolazione tra 5 e 15mila abitanti, che hanno fornito i dati;
  • Mantova, quale primo miglior risultato nella valutazione complessiva dei 35 indicatori considerati, tra tutti i medi comuni, tra 15 e 100mila abitanti, che hanno fornito i dati;
  • Prato, quale primo miglior risultato nella valutazione complessiva dei 35 indicatori considerati, tra i tutti medio-grandi comuni, tra 100 e 200mila abitanti, che hanno fornito i dati;
  • Bologna, quale primo miglior risultato nella valutazione complessiva dei 35 indicatori considerati, tra tutti i grandi Comuni, tra 200 e 500mila abitanti, che hanno fornito i dati;
  • Napoli, quale primo miglior risultato nella valutazione complessiva dei 35 indicatori considerati, tra tutte le metropoli, oltre 500mila abitanti, che hanno fornito i dati.

Dall’analisi dei dati ricevuti dalle aziende sanitarie, i premiati dell’IX rapporto nazionale sono:

  • AUSL Toscana Centro, ASL Vercelli e AS Alto Adige, in quanto primo, secondo e terzo miglior risultato nella valutazione complessiva dei 24 indicatori considerati, tra tutte le 46 Aziende sanitarie che hanno fornito dati;
  • ASL Vercelli, quale primo miglior risultato nella valutazione degli 8 indicatori relativi al quadro di risorse/risultati, tra tutte le 46 aziende sanitarie che hanno fornito dati;
  • AS Alto Adige, quale primo miglior risultato nella valutazione dei 9 indicatori relativi al quadro dell’organizzazione/servizi, tra tutte le 46 aziende sanitarie che hanno fornito dati;
  • ATS Montagna (Sondrio, Valtellina, Valcamonica), quale primo miglior risultato nella valutazione dei 7 indicatori relativi al quadro dei controlli, tra tutte le 46 aziende sanitarie che hanno fornito dati;
  • ASL Vercelli, quale primo miglior risultato nella valutazione complessiva dei 24 indicatori considerati, tra tutte le piccole aziende, sotto i 200mila abitanti, che hanno fornito dati;
  • AS Alto Adige, quale primo miglior risultato nella valutazione complessiva dei 24 indicatori considerati, tra tutte le medio-piccole aziende, tra 200 e 500mila abitanti, che hanno fornito dati;
  • ASL Napoli 1 Centro, quale primo miglior risultato nella valutazione complessiva dei 24 indicatori considerati, tra tutte le medio-grandi aziende, tra 500 e 1milione di abitanti, che hanno fornito dati;
  • AUSL Toscana Centro, quale primo miglior risultato nella valutazione complessiva tra tutte le grandi aziende, oltre 1milione di abitanti, che hanno fornito dati.

 

 

 

 

Il IX rapporto nazionale: dati complessivi emersi

Al questionario inviato da Legambiente hanno risposto in modo completo 1.069 amministrazioni comunali, il 13,5% del campione contattato, corrispondente alle amministrazioni responsabili per i servizi di 16.344.945 cittadini, di cui 58 comuni capoluoghi di provincia, ossia il 52,2% dei comuni capoluogo.

Dalle aziende sanitarie sono pervenute risposte in modo completo da 46 aziende sanitarie ossia il 41,1% del campione contattato, corrispondenti alle aziende responsabili dei servizi per ben 3.957 tra comuni e/o circoscrizioni e a 28.276.582 cittadini.

L’analisi dei dati trasmessi, relativi all’anno 2019, è stata effettuata solo per gli enti che hanno risposto in modo completo al questionario, e in premessa si può evidenziare che delle amministrazioni comunali il 69,5% ha dichiarato di aver attivato l’ufficio o un servizio appositamente dedicato al settore, mentre il 76,1% delle aziende sanitarie che ha risposto ha dichiarato di avere almeno il canile sanitario e/o l’ufficio di igiene urbana veterinaria (in 5 casi anche l’ospedale veterinario) appositamente dedicati. In tali strutture le amministrazioni comunali dichiarano di impegnare complessivamente 1.407 unità di personale, in media 1,3 unità a città, corrispondenti a circa 10.292 unità dedicate nei comuni italiani, mentre le aziende sanitarie complessivamente 389 unità di personale, quindi in media 8,5 unità per azienda, corrispondenti a 960 unità dedicate nelle aziende sanitarie italiane.

Teoricamente due terzi dei comuni e tre quarti delle aziende sanitarie dovrebbero essere in condizioni di dare buone se non ottime risposte alle esigenze dei cittadini e dei nostri amici pelosi, piumosi o squamati, invece ancor oggi poco più di una su sette (il 15,7%) delle amministrazioni comunali raggiunge una performance almeno sufficiente e solo due su tre (il 67,4%) delle aziende sanitarie fa lo stesso. Il resto in larga parte non risponde (quasi 9 comuni su dieci e poco meno di due su tre aziende sanitarie) oppure mostra una performance da insufficiente in giù (fino a pessima).

In particolare, tra le amministrazioni comunali raggiungono, complessivamente, una performance sufficiente, ossia tra 30 e 39,9 punti su 104/7, 134 città sulle 1.069 che hanno risposto in modo completo, pari al 12,5% del campione, a cui si aggiungono con una performance buona, ossia tra 40 e 49,9 punti su 104/7, 30 città, il 2,8% del campione, e solo 3 città, Prato (194.223), Modena (189.013) e Bergamo (120.783), superano i 50 punti su 104/7, lo 0,3% che raggiunge quindi una performance ottima.

Tra le aziende sanitarie raggiungono, complessivamente, una performance sufficiente, ossia tra 30 e 39,9 punti su 102, 10 aziende sanitarie su 46 che hanno risposto, pari al 21,7% del campione, a cui si aggiungono con una performance buona, ossia tra 40 e 49,9 punti su 102, 14 aziende sanitarie, pari al 30,4% del campione, e ben 7 aziende sanitarie, AUSL Toscana Centro (1.330.625), ASL Vercelli (168.073), Azienda Sanitaria Alto Adige (500.000), ASL 2 Savonese (274.857), ASL Napoli 1 Centro (973.000), ATS Brescia (1.165.000) e ATS della Montagna (298.271) superano i 50 punti su 102, il 15,2% del campione, che raggiunge quindi un performance ottima.

 

 

 

 

 

 

 

Il IX rapporto nazionale: amministrazioni comunali, dati per macroaree

La lettura dei risultati raggiunti nel 2019 nelle singole macro aree fa emergere ulteriori elementi utili in riferimento ai comuni che, in ciascuna macro area, ha raggiunto una performance sufficiente.

amministrazioni comunali:

  • rispetto al quadro delle regole (regolamenti comunali e/o ordinanze sindacali) relative agli animali, raggiungono una performance sufficiente, ossia tra 8 e 10,6 punti, 27 città, pari al 2,5% del campione; ulteriori 13 città raggiungono una performance buona, ossia tra 10,7 e 13,2 punti, pari all’1,2% del campione, mentre 5 città raggiungono una performance ottima, ossia tra 13,3 e 18,5 punti, pari allo 0,5% del campione, e infine nessuna città raggiunge una performance eccellente, ossia tra 18,6 e 27(30) punti.
  • rispetto alle risorse impegnate e risultati ottenuti in alcuni elementi chiave, raggiungono una performance sufficiente, ossia tra 8 e 10,6 punti, ben 296 città, pari al 27,7% del campione; ulteriori 211 città raggiungono una performance buona, ossia tra 10,7 e 13,2 punti, pari al 19,7% del campione, mentre 127 città raggiungono una performance ottima, ossia tra 13,3 e 18,5 punti, pari all’11,9% del campione, e infine solo 11 città, Verrès (AO, 2.577), Moruzzo (UD, 2.480), Prato (PO, 194.223), Costigliole Saluzzo (CN, 3.314), Gravere (TO, 673), Amandola (FM, 3.443), Sarnonico (TN, 795), San Gillio (TO, 3.101), Savona (SV, 59.439), Cupramontana (AN, 4.507) e Casalciprano (CB, 501), raggiungono una performance eccellente, ossia tra 18,6 e 27 punti, pari all’1% del campione totale.
  • rispetto all’organizzazione delle strutture e i servizi offerti al cittadino raggiungono una performance sufficiente, ossia tra 7,4 e 9,8 punti, 320 città, pari al 29,9% del campione; ulteriori 117 città raggiungono una performance buona, ossia tra 9,9 e 12,2 punti, pari al 10,9% del campione, mentre 47 città raggiungono una performance ottima, ossia tra 12,3 e 17,1 punti, pari al 4,4% del campione, e infine solo 5 città, Prato (PO, 194.223), San Giovanni in Persiceto (BO, 28.157), Verona (VR, 259.087), Collegno (TO, 49.539) e Napoli (NA, 948.850), raggiungono una performance eccellente, ossia tra 17,2 e 25 punti, pari allo 0,5% del campione totale.
  • rispetto alle attività di controllo ed alla sua organizzazione ed efficacia, raggiungono una performance sufficiente, ossia tra 7,4 e 9,8 punti, 77 città, pari al 7,2% del campione; ulteriori 44 città raggiungono una performance buona, ossia tra 9,9 e 12,2 punti, pari al 4,1% del campione, mentre 14 città raggiungono una performance ottima, ossia tra 12,3 e 17,1 punti, pari all’1,3% del campione, e infine una sola città, Cervia (RA, 28.555), arriva ad una performance eccellente, ossia tra 17,2 e 25 punti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il IX rapporto nazionale: aziende sanitarie, dati per macroaree

La lettura dei risultati raggiunti nel 2019 nelle singole macro aree fa emergere ulteriori elementi utili in riferimento alle Aziende che, in ciascuna macro area, ha raggiunto una performance sufficiente.

 

 aziende sanitarie:

  • rispetto alle risorse impegnate ed ai risultati ottenuti in alcuni elementi chiave, raggiungono una performance sufficiente, ossia tra 9,7 e 12,8 punti, 7 aziende sanitarie, pari al 15,2% del campione; ulteriori 4 aziende sanitarie raggiungono una performance buona, ossia tra 12,9 e 16 punti, pari al 8,7% del campione, mentre solo 3 aziende sanitarie, pari al 6,5% del campione, raggiungono una performance ottima, ossia tra 16,1 e 22,4 punti, e nessuna azienda arriva ad una performance eccellente, ossia tra 22,5 e 32 punti.
  • rispetto all’organizzazione delle strutture e i servizi offerti al cittadino, raggiungono una performance sufficiente, ossia tra 9,1 e 12 punti, 7 aziende sanitarie, pari al 15,2% del campione; ulteriori 8 aziende sanitarie raggiungono una performance buona, ossia tra 12,1 e 15 punti, pari al 17,4% del campione, mentre 19 aziende sanitarie raggiungono una performance ottima, ossia tra 15,1 e 21 punti, pari al 32,6% del campione, e infine solo 3 aziende sanitarie, Azienda Sanitaria Alto Adige (500.000), ASL Toscana Centro (1.330.625) e ATS Città Metropolitana (Milano e Lodi, 3.464.423), arrivano ad una performance eccellente, ossia tra 21 e 30 punti, pari al 6,5% del campione.
  • rispetto alle attività di controllo ed alla sua organizzazione ed efficacia, raggiungono una performance sufficiente, ossia tra 12,1 e 16 punti, 11 aziende sanitarie, pari al 23,9% del campione; ulteriori 17 aziende sanitarie raggiungono una performance buona, ossia tra 16,1 e 20 punti, pari al 36,9% del campione, mentre solo 5 aziende sanitarie raggiungono una performance ottima, ossia tra 20,1 e 28 punti, pari al 10,9% del campione, e infine nessuna azienda sanitaria arriva ad una performance eccellente, ossia tra 28,1 e 40 punti.

 

 

L’VIII rapporto nazionale: costi sostenuti dalle p. a.

Partiamo dai costi sostenuti, sulla base di quanto dichiarato da amministrazioni comunali e aziende sanitarie locali, per i servizi ai cittadini e gli amici a quattro zampe nel corso del 2018.

amministrazioni comunali: la spesa pubblica dichiarata da 779 sulle 1.069 amministrazioni comunali che hanno risposto in modo completo al questionario, corrispondenti a 13.283.524 cittadini, ammonta a 34.886.284,00 euro/anno nel 2019, con un costo medio di 2,63 euro/cittadino. Quindi la spesa stimata per tutte le 7.917 amministrazioni comunali italiane (popolazione 59.641.488) equivale a 156.857.113,00 euro/anno 2019.

I cinque comuni che dichiarano di spendere di più sono, in ordine decrescente, Francavilla in Sinni (PZ) 130,2 euro/cittadino, Ceriana (IM) 28,9, Serra de’ Conti (AN) 27,1, Avigliano Umbro (TR) 25,5 e Montalbano Jonico (MT) 24,7.

I cinque comuni che dichiarano di spendere meno sono Santo Stefano Ticino (MI) 0,028 euro/cittadino, Castel Campagnano (CE) 0,020, Riccò del Golfo di Spezia (SP) 0,004, Cervia (RA) 0,003 e Bariano (BG) 0,002.

Aziende sanitarie: la spesa dichiarata da 27 sulle 46 aziende sanitarie che hanno risposto al questionario, corrispondenti a 20.156.239 cittadini, fornendo solo alcuni dei costi del settore sostenuti nel 2019, è per una somma di 16.737.059,00 euro/anno, con un costo medio di 1,2 euro/cittadino. Pertanto, basandosi su questo valore, la spesa di settore stimata, per il 2019, per tutte le aziende sanitarie italiane (popolazione 59.641.488) è di 71.825.527,00 euro/anno.

La spesa pubblica italiana del settore, nel 2019, che è prevalentemente riferita alla “gestione” della popolazione canina nei contesti urbani, sostenuta da amministrazioni comunali e regioni tramite i servizi veterinari delle aziende sanitarie, al netto dei contenziosi (ad es.: incidenti stradali e/o danni all’allevamento causati da cani vaganti) e dei fondi statali, è stimabile in 228.682.640,00 euro, pari a 2,7 volte la somma impegnata in Italia per tutti i 24 parchi nazionali italiani (85.000.000,00 euro, riparto 2019) oppure a 62 volte la somma impegnata in Italia per tutte le 27 aree marine protette (3.708.745,90 euro, riparto anno 2019).

 

Il IX rapporto nazionale: gestione canili

La gran parte degli attuali costi è assorbita nella gestione dei cani presso i canili rifugio, strutture indispensabili nel modello attuale, ma oggettivamente fallimentari rispetto ad obiettivi credibili tanto di benessere animale che di contenimento dei costi a carico delle pubbliche amministrazioni. Condiviso da tutti che sono e saranno sempre essenziali canili e gattili sanitari in numero adeguato e strettamente correlato alla popolazione umana, è possibile ripensare un modello che possa prevenire sino a giungere alla scomparsa dei canili rifugio? I numeri ed i costi di oggi dicono che l’impegno e la determinazione di cittadini e pubblica amministrazione per ottenerlo è ormai improcrastinabile.

amministrazioni comunali – I comuni dichiarano di spendere il 59,3% del bilancio destinato al settore per la gestione dei canili rifugio, ossia circa 93.016.268,00 di euro della spesa stimata per il 2019 sono stati destinati ai soli canili rifugio. Le amministrazioni comunali dichiarano di gestire queste strutture in proprio nel 2,2% dei casi, tramite ditte o cooperative con appalto pubblico nel 21,7% dei casi e tramite associazioni in convenzione nel 27,9% dei casi. Per il rimanente 48,2% dei casi non è dato sapere.

 

aziende sanitarie locali – Nel caso delle aziende sanitarie, per le quali è più incerta la stima dei costi effettivi sostenuti per la cosiddetta gestione “non sanitaria” dei canili sanitari, emerge che questa viene effettuata, con modalità integrate, in proprio nel 39,1% dei casi, tramite ditte o cooperative con appalto pubblico nel 50% dei casi e tramite associazioni in convenzione o con bando nel 69,6% dei casi.

 

 

 

 

 

Il IX rapporto nazionale: strutture dedicate agli animali d’affezione

Le amministrazioni comunali unitamente alle aziende sanitarie sono tenute ai controlli e al rilascio delle diverse autorizzazioni alle strutture e ai luoghi dedicati ai servizi agli animali d’affezione (e ai loro detentori/proprietari). Per intendersi, parliamo di canili, colonie feline, oasi feline, aree urbane per cani, pensioni per cani e gatti, campi di educazione e addestramento cani, allevamenti, etc. Vediamo cosa emerge dai dati rispetto a chi dichiara di sapere quante e dove siano nel territorio di competenza e fa i necessari controlli (che svolge primariamente una grande funzione preventiva).

amministrazioni comunali – Emerge che poco più di 1/3 dei comuni italiani dichiara di sapere quante siano, ossia il 37,4% per l’esattezza e, dai dati forniti, risulterebbero presenti almeno: 174 canili sanitari, 56 gattili sanitari, 226 canili rifugio, 73 oasi feline, 19.716 colonie feline, 1.053 aree urbane per cani, 211 pensioni per cani, 252 allevamenti di cani, 243 campi di educazione e addestramento cani.

aziende sanitarie – Dai dati ricevuti emerge che il 93,5% delle aziende sanitarie dichiara di conoscerne in numeri e, nel territorio di loro competenza, risulterebbero complessivamente presenti: 175 canili sanitari su cui avrebbero effettuato 3.171 controlli nel 2019, 67 gattili sanitari su cui avrebbero effettuato 1.132 controlli, 307 canili rifugio su cui avrebbero effettuato 1.712 controlli, 37 oasi feline su cui avrebbero effettuato 26 controlli, 37.233 colonie feline su cui avrebbero effettuato 2.745 controlli, 615 aree urbane per cani su cui avrebbero effettuato 70 controlli, 519 pensioni per cani su cui avrebbero effettuato 268 controlli, 526 allevamenti di cani su cui avrebbero effettuato 276 controlli, 225 campi di educazione e addestramento cani su cui avrebbero effettuato 50 controlli e 385 altre tipologie di strutture su cui avrebbero effettuato 171 controlli.

 

Il IX rapporto nazionale: colonie feline

La corretta gestione delle colonie feline è uno degli elementi che facilita il buon rapporto con gli animali in città o che, al contrario, può ingenerare frequenti conflitti (con cani vaganti, per le cucciolate “in strada” in caso di mancata sterilizzazione, per questioni igienico-sanitarie legate alla presenza di cibo, ecc.). Va ricordato che il 100% dei contesti urbani ha gatti liberi più o meno “autorganizzati” in colonie: cosa sanno e cosa fanno amministrazioni comunali e aziende sanitarie al riguardo?

amministrazioni comunali – Solo il 29,7% dei comuni dichiara di monitorare le colonie feline presenti nel proprio territorio e da questi monitoraggi risulterebbero ben 16.650 colonie, con oltre 143.530 gatti e 8.881 cittadini impegnati (comunemente noti con l’appellativo di gattare/i). In numeri assoluti, in ordine decrescente, dichiarano: Napoli 1.973 colonie per 21.150 gatti e 1.130 gattare/i (1 gattaro ogni 18,7 gatti), Verona 1.447 colonie per 18.015 gatti per 300 gattare/i (1 gattaro ogni 60,1 gatti), Torino 1.157 colonie per 24.000 gatti e 1.700 gattare/i (1 gattaro ogni 14,1 gatti) e Ravenna 1.032 colonie per 5.000 gatti e 100 gattare/i (1 gattaro ogni 50 gatti). Invece, considerando i numeri relativi al numero dei cittadini residenti le amministrazioni comunali che risultano più amanti dei gatti (registrati in anagrafe) sono: Samatzai (SU) con 1 gatto ogni 3 cittadini, Fontanellato (PR) con 1 gatto ogni 4,5 cittadini, Curno (BG) con 1 gatto ogni 5 cittadini, Gozzano (NO) con 1 gatto ogni 6,8 cittadini, Borgo Val di Taro (PR) con 1 gatto ogni 7,9 cittadini.

aziende sanitarie locali – Solo il 76,1% delle aziende sanitarie dichiara di monitorare le colonie feline presenti nel proprio territorio e da questi monitoraggi risulterebbero 22.977 colonie monitorate, mentre sono registrate ben 44.870 colonie per 234.791 gatti. In numeri assoluti, in ordine decrescente, dichiarano: ATS Città Metropolitana (Milano e Lodi) con 3.684 colonie per 28.343 gatti e 3.684 gattare/i, ASL Toscana Centro con 3.523 colonie per 20.000 gatti e 1.870 gattare/i, Area Vasta 2 con 3.352 colonie per 13.658 gatti e 3.100 gattare/i e Azienda Sanitaria Alto Adige con 2.005 colonie per 10.104 gatti e 1.954 gattare/i. Invece, confrontando i numeri relativi ai cittadini residenti le aziende sanitarie che risultano più amanti dei gatti (registrati in anagrafe) sono: ATS Insubria (Varese e Como) con 1 gatto ogni 5 cittadini, AS Alto Adige con 1 gatto ogni 25 cittadini, ATS Brianza (Monza e Lecco) con 1 gatto ogni 35 cittadini, Area Vasta 1 con 1 gatto ogni 39 cittadini e AUSL Modena con 1 gatto ogni 42 cittadini.

 

 

 

 

 

Il IX rapporto nazionale: anagrafe canina

L’anagrafe canina, unica anagrafe animale ad oggi obbligatoria per gli animali in città, è di competenza delle aziende sanitarie, eccezion fatta per le regioni Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia dove i comuni hanno, per legge regionale, obbligo di curare il mantenimento dell’anagrafe canina. È evidente che non siano differenti attitudini verso i cani dei cittadini nelle diverse regioni italiane a produrre la maggiore o minore presenza di animali iscritti in anagrafe canina quanto, soprattutto, un più completo lavoro di anagrafe canina a far emergere una proporzione diversa nei differenti territori. La conoscenza, sempre attualizzata, di numeri e distribuzione di cani nel territorio di competenza è una delle precondizioni essenziali sia per le amministrazioni comunali che per le aziende sanitarie per pianificare e programmare al meglio la pluralità di risposte e servizi necessari ai cittadini e ai loro amici. Compresi gli ovvi controlli per il rispetto di norme, regolamenti e ordinanze.

amministrazioni comunali – Dall’indagine è emerso che solo 386 (il 36,1%) comuni dichiarano di conoscere il numero complessivo dei cani iscritti in anagrafe canina presenti nel proprio territorio, pari a 1.060.205 cani, e 342 comuni (il 32%) di conoscere il numero delle nuove iscrizioni avvenute nell’anno 2019, pari a 85.432 cani. In media, rispetto alle amministrazioni comunali che hanno fornito il dato risulta 1 cane ogni 7,5 cittadini residenti. I dati di dettaglio, non dimenticando chi non ha proprio fornito alcun dato, mostrano però le differenze e il livello, talvolta infimo, di anagrafe canina ancor oggi attuata.

In negativo: Carnago (VA) con 1 cane ogni 6.645 residenti, Cisano Bergamasco (BG) con 1 cane ogni 6.261 residenti, Alzano Lombardo (BG) con 1 cane ogni 4.511 residenti, Capriate San Gervasio (BG) con 1 cane ogni 4.059 residenti, Annone Veneto (VE) con 1 cane ogni 3.814 residenti, Scanzorosciate (BG) con 1 cane ogni 3.289 residenti, Monte Roberto (AN) con 1 cane ogni 3.076 residenti, Ponte di Piave (TV) con 1 cane ogni 2.068 residenti. Tra i comuni capoluogo, Rieti con 1 cane ogni 98 residenti.

In positivo: Casteldelci (RN) con 2 cani per ogni residente, Bortigiadas (SS) e Arnad (AO) con più di 1 cane ogni residente, San Polo d’Enza (RE) con 1 cane ogni 1,1 residenti, Fossalto (CB), Morgongiori (OR) e Capo di Ponte (BS) con 1 cane ogni 1,4 residenti. Infine, la prima tra le città capoluogo è Novara con 1 cane ogni 1,8 cittadini.

aziende sanitarie – E’ emerso che il 95,6% delle aziende sanitarie dichiara di conoscere il numero complessivo dei cani iscritti in anagrafe canina nel proprio territorio, pari 4.079.153 cani, e l’91,3% di conoscere il numero delle nuove iscrizioni avvenute nell’anno 2019, pari a 297.188 cani. In media, rispetto alle aziende sanitarie che hanno fornito il dato, risulta 1 cane ogni 6,7 cittadini residenti. I dati di dettaglio mostrano però le differenze e il livello, talvolta infimo, di anagrafe canina ancor oggi attuata.

In negativo: ASP PALERMO con 1 cane ogni 83 cittadini, ASREM con 1 cane ogni 59 cittadini, Area Vasta 3 con 1 cane ogni 57 cittadini, ASL Taranto con 1 cane ogni 44 cittadini, ATS Città Metropolitana (Milano e Lodi) con 1 cane ogni 23 cittadini.

In positivo: ATS Insubria (Varese e Como) con 1 cane per ogni cittadino, AUSL Modena, Area Vasta 1, AUSL Umbria n. 1 e ATS Brianza (Monza e Lecco) con 1 cane ogni 3 cittadini.

 

 

 

 

 

Il IX rapporto nazionale: cani vaganti

I cani vaganti, siano essi padronali o randagi, coincidono con il principale elemento di conflittualità e sofferenza nell’ambito degli animali d’affezione ed il più significativo costo economico a carico della collettività. Ogni qual volta viene “preso in carico” un cane vagante quale risultato raggiungono i diversi territori italiani tra restituzioni ai proprietari, adozioni e/o reimmissioni come cani liberi controllati? Ossia, quanti ne rimangono a soffrire e a carico della collettività nei canili rifugio?

amministrazioni comunali – In media, nei comuni, nel 2019 ogni 5 cani catturati 4 hanno trovato felice soluzione tra restituiti ai proprietari, dati in adozione e/o reimmessi come cani liberi controllati, con un rapporto di 1:1,2. Anche in questo caso i dati di dettaglio dichiarati mostrano situazioni molto differenti.

In negativo: Parete (CE) su 39 cani presi in carico solo 1 ha trovato soluzione, San Nicola la Strada (CE) su 34 cani presi in carico solo 1 ha trovato soluzione, Santa Maria a Vico (CE) su 26 cani presi in carico solo 1 ha trovato soluzione, Mirabella Imbaccari (CT) su 20 cani presi in carico solo 1 ha trovato soluzione, Paceco (TP) su 12 cani presi in carico solo 1 ha trovato soluzione, Montalbano Jonico (MT) su 11 cani presi in carico solo 1 ha trovato soluzione.

In positivo: San Lazzaro di Savena (BO), Rapolla (PZ) e Acquedolci (ME) su 1 cane preso in carico hanno trovato soluzione a 10 cani, così come a Venegono Superiore (VA), Rapallo (GE) e Poggiomarino (NA) su 1 cane preso in carico hanno trovato soluzione a 5 cani.

aziende sanitarie – In media, nelle aziende sanitarie, nel 2019 ad ogni cane preso in carico è stata trovata felice soluzione ad un cane, tra restituiti ai proprietari, dati in adozione e/o reimmessi come cani liberi controllati, con un rapporto di 1:1. Anche in questo caso i dati di dettaglio dichiarati mostrano però situazioni molto differenti.

In negativo: ASL di Taranto dove su 795 cani presi in carico neanche 1 cane ha trovato positiva soluzione, ASP Enna su 7,4 cani presi in carico 1 ha trovato soluzione, ASL 2 Lanciano-Vasto-Chieti su 3 cani presi in carico 1 ha trovato soluzione, ATS Montagna (Sondrio, Valtellina e Valcamonica), ASL Napoli 3 Sud, ATS Pavia e ASL Asti su 2 cani presi in carico 1 ha trovato soluzione.

In positivo: Area Vasta 2 dove per 1 cane preso in carico hanno trovato soluzione a 5 cani, Area Vasta 3 dove per 1 cane preso in carico hanno trovato soluzione a 3 cani, Area Vasta 4, ASP Catania e AUSL Modena dove per 1 cane preso in carico hanno trovato soluzione a 2 cani.

 

Il IX rapporto nazionale: cani liberi controllati

L’altro indicatore di una gestione pubblica meno onerosa, più partecipata (come avviene con i cittadini che partecipano alla cura delle colonie feline) e con un maggior grado di libertà per gli animali non padronali è la presenza dei cosiddetti cani di quartiere o liberi controllati. Indispensabile però una costruttiva condivisione di responsabilità e oneri tra amministrazione comunale, azienda sanitaria e cittadini incaricati al fine di una piena e positiva accettazione sociale, mentre scarsissime sono le possibilità di successo in assenza di un equilibrio tra il numero dei cani, il numero dei cittadini incaricati e la collocazione delle presenze in aree idonee, anche in termini di accettazione sociale, ad accogliere i cani.

amministrazioni comunali – Tali esperienze sono presenti in 1 comune su 11 (nell’8,9% dei casi) e benché vi siano similitudini con l’approccio di gestione delle colonie feline questo è un indicatore che manifesta una correlazione con la collocazione geografica delle amministrazioni comunali. In generale, i comuni che hanno dichiarato di avere cani liberi controllati sono nel 67,4% dei casi al Sud e isole, nel 4,2% al Centro e nel 28,4% dei casi al Nord Italia. Sono stati dichiarati complessivamente 1.632 cani liberi controllati, con 281 cittadini specificamente impegnati. Al primo posto Napoli con 204 cani, Campobello di Mazara (TP) con 114 cani, Latina con 100 cani, Biancavilla (CT) con 80 cani, Rapolla (PZ) con 73 cani.

aziende sanitarie – Anche le aziende sanitarie confermano che tali esperienze sono presenti in circa un 1 territorio su 3 (nel 30,4% dei casi), 14 aziende dichiarano di conoscere i numeri dei cani reimmessi e 3 (il 6,5%) il numero dei cittadini incaricati.

 

Il IX rapporto nazionale: controlli

Anche la regola migliore necessita di un adeguato e regolare controllo senza il quale dopo pochissimo tempo se ne vanifica praticamente del tutto l’efficacia, minando alla base la crescita civile di una comunità. Rispetto, ad esempio, alla mancata ottemperanza dell’anagrafe canina (sanzione dai 77,47 ai 232,41 euro) o alla raccolta degli escrementi canini (sanzione dai 50,00 ai 300,00 euro) i dati dichiarati per la registrazione in anagrafe da molti territori dà il polso della frequenza con cui si può imbattere in tale infrazione chi esercita i controlli, mentre nel secondo caso, prendendo ad esempio due grandi città, come Napoli e Roma, è esperienza diffusa tra i pedoni la frequenza e regolarità con cui incontrano la presenza di escrementi di cane sulla propria strada. Infine, sempre a proposito di sanzioni, in casi di maltrattamento di animali, le sanzioni penali vanno dai 5.000,00 fino ai 30.000,00 euro.

amministrazioni comunali – Poco più di 1 comune su 3 (il 38,3%) ha effettuato specifici controlli e il 45,8% dichiara di aver dotato il proprio personale di lettore microchip (semplice ma indispensabile strumento per leggere la “targa” del cane, il microchip). Andando a vedere quanti sono i lettori di microchip che i comuni dichiarano di aver dato in uso al personale ne risultano 784, ossia in media 1,6 per ciascuna delle 490 amministrazioni comunali che li hanno dichiarati. Interessante è il numero dei controlli effettuati nel 2019, ben 27.844 in totale e l’importo delle somme recuperate attraverso le specifiche sanzioni amministrative emesse (3.588) ammontano, nel 2019, a 299.528,00 euro. Di queste somme ben il 56,6%, ossia 169.426,00 euro, sono state frutto di sanzioni elevate in sole otto città: Bari, Massa, Prato, Lucca, Cervia (RA), Livorno, Pordenone e Pesaro.

aziende sanitarie – Quasi tutte le aziende sanitarie dichiarano di intervenire per il rispetto delle regole e il contrasto del maltrattamento degli animali (84,8%) e praticamente quasi tutte dichiarano di aver fornito di lettori microchip il proprio personale (95,6%), per un numero complessivo di 759 lettori, ossia in media 13,9 lettori per le 44 aziende sanitarie che li hanno dichiarati. Ma i numeri dichiarati relativi alle sanzioni dicono altro: in totale 11.767 controlli effettuati nel 2019 e la somma di 233.935,00 euro di sanzioni, di cui ben il 78,5%, ossia 183.562,00 euro, frutto di sanzioni elevate in sole sette aziende: ATS Insubria (Varese e Como), ATS Brescia, ATS Val Padana (Cremona e Mantova), ATS Brianza (Monza e Lecco), ASL Toscana Centro, ASL Napoli 1 Centro e ASL Torino 3.

 

 

Il IX rapporto nazionale: Animali selvatici in difficoltà

Una situazione sempre più frequente riguarda il ritrovamento da parte dei cittadini di animali selvatici in difficoltà, feriti o debilitati o abbandonati, ad esempio dal rondone caduto dal nido, alla testuggine o all’iguana abbandonate da qualche scriteriato, ma il cittadino che chiama l’ufficio comunale e/o l’azienda sanitaria competente avrà indicazioni sul da fare e/o vi sarà il loro intervento?

amministrazioni comunali – In poco più di 1 comune su 2 (il 54,2% dei casi) riceveremo informazioni su a chi rivolgersi e, nello specifico, le risposte, spesso plurime, rinvieranno nel 54% dei casi ai servizi veterinari delle aziende sanitarie, nel 40,4% alla Polizia municipale, nel 32,3% al Carabinieri Forestali o ai corpi forestali regionali, nel 25,3% alle associazioni di protezione degli animali, nel 19,1% alla Polizia provinciale, nel 6,3% ai Vigili del Fuoco, nel 5,7% dei casi ad una ditta privata. I contatti per chiamare un centro per il recupero degli animali selvatici li fornisce poco più di 1 amministrazione comunale su 7 (nell’14,3% dei casi), sapendo dare risposta nel 14% dei casi di ritrovamento di un uccello ferito, nel 8,8% dei casi di ritrovamento di un mammifero ferito, nel 2,4% dei casi di ritrovamento di un animale marino o di un rettile ferito, nell’1% dei casi di ritrovamento di animale esotico ferito.

aziende sanitarie – Nel caso delle aziende sanitarie più della metà da risposta (il 54,3% dei casi) dichiarando di intervenire con proprio personale e, chi lo fa, ha registrato interventi diretti su 4.587 animali selvatici nel corso del 2019. Le aziende sanitarie rinviano nel 69,6% dei casi ai Carabinieri Forestali o ai corpi forestali regionali, nel 67,4% alla Polizia provinciale, nel 45,6% alla Polizia municipale, nel 43,5% alle associazioni di protezione degli animali, nel 34,8% ai Vigili del Fuoco e nel 19,6% ad una ditta privata. Dichiara di gestire direttamente o di avere contatto con un centro per il recupero degli animali selvatici 1 azienda sanitaria su 2 (il 52,2%), sapendo dare i riferimenti nel 50% dei casi di ritrovamento di un uccello ferito, nel 43,5% dei casi di ritrovamento di un mammifero ferito, nel 21,7% dei casi di ritrovamento di un animale marino e nel 17,4% di un animale esotico. Solo l’8,7% delle aziende sanitarie dichiara di conoscere i dati sanitari degli animali ricoverati presso i centri di recupero, risultando loro il ricovero in tali centri di ben 4.847 animali selvatici nel corso del 2019.

 

Il IX rapporto nazionale: Biodiversità urbana

Ancora inferiore risulta il livello di conoscenza della biodiversità animale che abita sempre più spesso i territori urbanizzati, importante tanto quanto valore naturale da promuovere che come nuove esigenze, anche sanitarie, con cui correttamente convivere. Questa conoscenza è inoltre la necessaria premessa per le migliori azioni di prevenzione al fine di ridurre conflitti e danni, anche in termini di zoonosi, che sono di gran lunga molto più costosi e dolorosi se non prevenuti. Ad esempio, salverebbe molte vite umane conoscere dove è più opportuno realizzare un sovra o sottopasso stradale al fine di evitare o ridurre drasticamente il rischio di incidenti automobilistici con animali selvatici e/o vaganti.

amministrazioni comunali – In generale solo il 6% dei comuni ha una mappatura delle specie animali presenti, avendo svolto, nel proprio territorio, studi nel 5,9% dei casi su avifauna, nel 2,7% dei casi su mammalofauna, nell’1,9% dei casi su entomofauna, nel 1,6% dei casi su erpetofauna e nell’1,2% dei casi su fauna alloctona o esotica. Meno di 1 comune su 10 mette in atto azioni di prevenzione nell’9,4% dei casi facendo interventi con metodi ecologici, approvando misure nei regolamenti edilizi e realizzando infrastrutture ad hoc per evitare incidenti stradali nel 4,5% dei casi.

aziende sanitarie – In generale oltre 1 azienda sanitaria su 2 monitora per gli aspetti sanitari le specie animali sinantrope (il 65,2% dei casi), e quando avviene riguarda nel 65% dei casi l’avifauna stanziale e nel 52,2% dei casi l’avifauna migratrice, nel 41,3% l’entomofauna, nel 30,4% dei casi la mammalofauna, nell’8,7% dei casi specie alloctone o esotiche e nel 4,4% l’erpetofauna. Le aziende sanitarie vengono coinvolte dalle amministrazioni comunali nella stesura di interventi per prevenire problematiche con le specie sinantrope nel 45,6% dei casi e, quando ciò avviene, riguarda l’attuazione di metodi ecologici e la prevenzione di zoonosi nel 32,6% dei casi e solo nel 13% dei casi nell’approvazione di misure specifiche nei regolamenti edilizi.

 

 

 

 

 

Il IX rapporto nazionale: aree cani

Chi possiede cani e abita in città, medie o grandi, quante opportunità ha di trovare spazi aperti dedicati, curati, facilmente raggiungibili, dove poter trascorrere in sicurezza e tranquillità le quotidiane e ripetute uscite con il proprio amico a quattro zampe?

amministrazioni comunali – Il 24,2% dei comuni ha dichiarato di avere spazi aperti dedicati agli animali d’affezione, complessivamente 1.053 aree dedicate ai cani, in media uno spazio dedicato ogni 9.699 cittadini residenti. Anche in questo caso i dati di dettaglio mostrano una realtà assai differenziata.

In negativo: Reggio di Calabria dove risulta 1 area cani per tutti i 174,885 cittadini, Bari con una ogni 157.642 cittadini, Taranto una per 95.525 e Napoli con una ogni 79.071.

In positivo: Belgirate (VB)dove è stata realizzata 1 area cani per i 502 residenti, così a Sellia (CZ) per i 512 cittadini, Fresonara (AL) per i 649 cittadini e Fombio (LO) con 3 aree cani una ogni 773 residenti. Tra i capoluoghi, Siena che avendone realizzate 23 offre un’area cani ogni 2.361 cittadini.

 

Il IX rapporto nazionale: Regolamenti e Ordinanze

Le regole sono importanti per la corretta e serena convivenza e, considerato l’importante numero di animali d’affezione che oggi abita e vive in città, le conseguenti nuove e numerose esigenze dei cittadini che con essi si muovono, l’avvicinarsi in cerca di cibo e rifugio degli animali selvatici alle periferie di molte città, è necessario che le amministrazioni comunali le regolamentino al meglio. Ma avviene?

amministrazioni comunali – Il 35% dei comuni dichiara di avere un regolamento per la corretta detenzione degli animali in città, mentre in relazione all’accesso ai locali pubblici e negli uffici in compagnia dei propri amici a quattro zampe è regolamentato in poco più di 1 comune su 10 (nel 11% dei casi). I comuni costieri che hanno regolamentato l’accesso alle spiagge sono ancora il 14,9% e pochi anche i comuni che hanno adottato un regolamento per facilitare cremazione, inumazione e tumulazione ossia il dopo fine vita dei milioni di nostri amici a quattro zampe, solo il 6% lo ha fatto. Il 10,6% dei comuni ha regolamentato arrivo e sosta di spettacoli con animali, mentre poche sono le amministrazioni che dichiarano di aver regolamentato botti e fuchi di artificio, il 4,3%. Un problema che si sta prepotentemente e sempre più affacciando dalla campagna in città e nei territori periurbani è l’utilizzo illegale di esche o bocconi avvelenati, contro cui anche un apposito regolamento che affronti le particolari situazioni locali può essere un importante elemento deterrente, ma poco più di 1 comune su 13 lo ha adottato (il 7,8% dei casi). Poche sono le amministrazioni comunali che hanno approvato regolamenti per facilitare con agevolazioni fiscali o sostegni le adozioni dai canili, solo il 6% lo ha fatto. Ancor meno sono quei comuni che, al fine di controllare l’andamento demografico della popolazione canina e felina, hanno adottato un regolamento (solo il 3%) per facilitare, con agevolazioni fiscali o sostegni economici la sterilizzazione, o contrastare, con oneri fiscali, chi detiene riproduttori e cucciolate, mettendo un freno all’attuale, incontrollata, popolazione riproduttiva canina e felina. In tabella sono riportate, riepilogativamente, le percentuali delle amministrazioni comunali che hanno dichiarato di essere dotate di regolamenti e ordinanze per i principali aspetti relativi alla migliore gestione degli animali d’affezione.

Tematica Regolamento % Ordinanza %
Corretta detenzione 375 35,1 169 15,8
Accesso in spiaggia 14 14,9 26 27,6
Accesso uffici e locali pubblici 118 11 14 1,3
Spettacoli con animali e circhi 113 10,6 9 0,8
Esche avvelenate 83 7,8 9 0,8
Cremazione e sepoltura 65 6,1 1 0,01
Agevolazioni per adozione 64 6 15 1,4
Botti e fuochi d’artificio 46 4,3 71 6,6
Agevolazioni per sterilizzazione 33 3,1 12 1,1

Tabella 7, amministrazioni comunali “Regole”, Fonte Legambiente, IX rapporto nazionale Animali in Città

 

 

 

L’VIII rapporto nazionale: Controllo demografico canino e felino

Le popolazioni di cani e gatti sono state lasciate crescere in Italia, nel corso degli ultimi 30 anni, senza alcuna pianificazione e programmazione e, a seconda delle diverse stime esistenti, risultano triplicate o quadruplicate. Da alcuni milioni di animali siano giunti ad alcune decine di milioni di animali presenti nelle case degli italiani. E negli ultimi anni si è affacciato prepotentemente anche il mercato illegale dei cuccioli di razza provenienti da Paesi con minori tutele e garanzie per la salute e il benessere degli animali.

Ciò è il frutto dell’assenza di una politica attiva di prevenzione tramite un’efficace anagrafe e un altrettanto efficace controllo preventivo delle nascite, che si sia posta obiettivi coerenti con la popolazione umana di riferimento, l’aspettativa media di vita, in ambito familiare, delle specie animali che entrano quali nuovi componenti dei nuclei familiari, le loro esigenze etologiche e le oggettive, molteplici, condizioni urbanistiche presenti in Italia. Ci si è limitati ad osservare passivamente l’evoluzione del fenomeno nelle modalità e condizioni indipendenti con cui andava via via manifestandosi.

Diversi segnali e dati indicano che nella medesima direzione si stiano oggi avviando anche ulteriori specie animali (roditori, rettili, uccelli, invertebrati), purtroppo non soltanto domestiche bensì spesso selvatiche, alle quali stiamo assegnando, indipendentemente dalle loro esigenze etologiche e spaziali, la funzione di animali da “appartamento”. Anche in questi casi si presenta l’assenza di una strategia pubblica preventiva che disegni scenari credibili per i prossimi decenni e assuma scelte che riducano le sofferenze animali e le ricadute negative su aspetti sanitari, sociali ed economici.

Urge una strategia complessiva che, d’intesa tra Istituzioni pubbliche e private, metta a frutto le professionalità presenti, recuperi il ritardo accumulato con cani e gatti e affronti preventivamente (ormai, forse, in corso d’opera) anche per le altre specie “da compagnia” il tema dell’anagrafe e del controllo demografico di tali popolazioni animali. Non va assolutamente dimenticato o sottovalutato che molte specie animali, quelle selvatiche in particolare, loro malgrado, sono chiamate a vivere in contesti artificiali dove le criticità emergono in pochissimo tempo, producendo enormi sofferenze animali e costi sanitari, sociali ed economici crescenti.

aziende sanitarie locali – La metà delle aziende sanitarie, il 50% del campione, dichiara di effettuare azioni di prevenzione del randagismo canino tramite sterilizzazione delle popolazioni, padronali e non padronali, di cani e gatti. I numeri riferiti al 2019 dicono di 11.606 cani e 29.277 gatti, entrambi non padronali, complessivamente sterilizzati. Numeri del tutto insufficienti per una seria politica di controllo demografico, in particolar modo se confrontati con il numero dei cani dichiarati entrati, nel 2019, nei canili sanitari (41.233), meno se confrontati con il numero dei gatti dichiarati entrati, sempre nel 2019, nei gattili sanitari (12.579) e presenti nelle colonie feline (234.791). Nello stesso periodo il “contributo” alla sterilizzazione dichiarato dalle aziende sanitarie verso gli animali padronali, rimane irrisorio, avendo riguardato soltanto 19 cani padronali e 819 gatti padronali.

Fonte: Legambiente

Il IX° rapporto “Animali in Città” di Legambiente descrive l’aggravarsi di un disagio conosciuto

E’ stata presentata lo scorso 13 aprile 2021, online, l’indagine di Legambiente sui servizi offerti dalle amministrazioni comunali e dalle aziende sanitarie per la gestione degli animali d’affezione e la qualità della nostra convivenza in città con animali selvatici e non. Un tema sempre più urgente soprattutto dopo circa un anno di pandemia, che ha visto aumentare il disagio economico di una parte della popolazione e forse anche la presenza di cani nelle nostre case, con il possibile abbandono di alcuni di loro. Per Legambiente, è importante approvare al più presto l’anagrafe nazionale per tutti gli animali d’affezione per fare uscire dalla clandestinità presenze e bisogni diffusi, fare rete tra enti pubblici e privati emulando le esperienze positive, ponendosi l’obiettivo di 1.000 strutture veterinarie pubbliche ben funzionanti, tra canili e gattili sanitari e ospedali veterinari almeno una ogni 50-100 mila cittadini a seconda delle esigenze territoriali. Coordinati da Antonino Morabito, responsabile nazionale Fauna e Benessere animale di Legambiente, hanno preso parte all’incontro, il ministro della Salute Roberto Speranza, il direttore generale di Legambiente Giorgio Zampetti, la vicepresidente della commissione Ambiente della Camera dei Deputati Rossella Muroni, il presidente dell’ANMVI Marco Melosie, il presidente dell’ENCI Dino Muto. Alcune esperienze virtuose e buone pratiche sono state presentate da  Matteo Biffoni, sindaco del comune di Prato, Sara Turetta di “Save The Dogs and other animals”, Giovanni Lorenzi, AS Alto Adige, Cecilia Del Re, assessora del comune di Firenze, Mavj Davanzo del circolo “Mondo Gatto”, Daniele Salussoglia, ASL Vercelli, Daniela Barbieri, comune di Modena, Federica Faiella, Fondazione “Cave Canem”, Enrico Loretti, ASL Toscana Centro. Consegnato, con l’occasione, il premio “Città e Aziende sanitarie amiche degli animali 2020”Prato, Modena e Bergamo primi tre classificati tra i comuni virtuosi, AUSL Toscana Centro, ASL Vercelli e AS Alto Adige  le prime 3 aziende sanitarie premiate. Questa edizione ha analizzato i dati del 2019, risalenti, quindi, ad un quadro pre-pandemia: si nota un lieve miglioramento complessivo ma senza progressi rilevanti in nessuno dei campi esaminati, e tanto più utile a capire le possibili criticità da affrontare quando torneremo a muoverci liberamente. Sono state considerate solo le risposte complete ai due questionari specifici inviati dall’associazione, suddivise in macro aree: quelle di 1.069 amministrazioni comunali (circa il 13,5%di tutti i comuni d’Italia, responsabili per i servizi del 27% della popolazione italianae di 46 aziende sanitarie (equivalenti al 40,7% del totale e a circa il 47% della popolazione). Il 69,5% dei comuni dichiara di avere uno sportello (un ufficio o un servizio) dedicato ai diritti degli animali in città. Teoricamente, dunque, oltre due terzi dei comuni dovrebbero essere nelle condizioni di dare buone risposte alle esigenze dei cittadini e dei loro amici pelosi, piumosi o squamati; in realtà, solo uno su sette (15,7%) raggiunge una performance sufficiente e solo Prato, Modena e Bergamo superano il punteggio necessario a raggiungere l’ottimo. “Ci prepariamo ad affrontare una crisi economica e sociale post pandemia – ha detto  Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente– che rischia di ripercuotersi anche sui milioni di animali da compagnia che abitano nelle nostre case e riempiono spazi relazionali importantissimi. Senza aiuti concreti, si rischiano scelte dolorose e l’aumento di abbandoni. Prevenire e accompagnare queste difficoltà, con iniziative diffuse, pubbliche e private, sarà essenziale per garantire il benessere a persone e animali”. A dare concretezza a questa preoccupazione basta il dato fornito dalle aziende sanitarie, che dichiarano 226 canili rifugio in attività per 36.766 posti disponibili, ma al 31 dicembre 2019 erano ospitati in queste strutture 92.371 cani (2,5 volte i posti disponibili). I numeri continuano a restituirci un quadro parziale e frammentario, a causa del funzionamento a volte inesistente dell’anagrafe canina, ad oggi ancora l’unica anagrafe animale obbligatoria per i milioni di animali da compagnia presenti nelle case degli italiani. Secondo le amministrazioni comunali che hanno risposto, la media è di un cane ogni 7,5 cittadini residenti; ma solo il 36,1% dei comuni che hanno risposto ai quesiti, conosce il numero dei cani iscritti all’anagrafe nel proprio territorio, per un totale di 1.060.205 cani su 7.913.890 residenti. Il 32% dei comuni conosce il numero delle nuove iscrizioni, avvenute nel 2019, pari a 85.432 cani. Se a Capo di Ponte (BS) si registra un cane ogni 1,4 residenti, nelle vicine Cisano Bergamasco (BG) e Capriate San Gervasio (BG) troviamo, rispettivamente, un cane ogni 6.261 residenti e ogni 4.059 residenti. Se però consideriamo le informazioni ricevute dalle aziende sanitarie locali “virtuose” come ATS Insubri a (Varese e Como) abbiamo un cane per ogni cittadino, o per ATS Brianza (Monza e Lecco) un cane ogni 3 cittadini. Sulla base delle anagrafi territoriali più complete, la stima del numero di cani presenti in Italia, che oscillano tra 3 e 2 cani per cittadino residente, va dai 19.800.000 ai 29.800.000. Numeri analoghi per i gatti. Sono 490 i comuni che dichiarano di aver dato lettori di microchip in uso al personale, per un totale di 784 lettori: in media 1,6 per amministrazione.

La spesa per la gestione degli animali in città ammonta complessivamente a 228.682.640 euro nel 2019 (con un incremento del 3,6% rispetto all’anno precedente). I comuni dichiarano, infatti, di aver speso per questa voce 156.857.113euro, a cui vanno sommati i 71.825.527 euro spesi dalle aziende sanitarie. La somma totale è ingente se confrontata con altre voci di spesa del Paese, è pari a 2,7 volte la somma impegnata per tutti i 24 parchi nazionali italiani (85.000.000,00 euro, riparto 2019) o a 62 volte quella per tutte le 27 aree marine protette (3.708.745,90 euro, riparto anno 2019) e complessivamente spropositata rispetto alla qualità dei servizi offerti in termini di benessere animale. Riguardo al  rapporto tra risorse impegnate e risultati ottenuti, solo 11 dei comuni campionati (1%) raggiunge una performance eccellente, a dimostrazione della varietà di tipologia, sono Verrès (AO, 2.577), Moruzzo (UD, 2.480), Prato (194.223), Costigliole Saluzzo (CN, 3.314), Gravere (TO, 673), Amandola (FM, 3.443), Sarnonico (TN, 795), San Gillio (TO, 3.101), Savona (59.439), Cupramontana (AN, 4.507) e Casalciprano (CB, 501). La maggior parte dei costi attuali è assorbita dai canili rifugio, per i quali i comuni dichiarano di spendere il 59,3% del bilancio destinato al settore (circa 93 milioni di euro stimati per il 2019) e di gestire in proprio il 2,2% di queste strutture, tramite ditte o cooperative con appalto pubblico il 21,7%, tramite associazioni in convenzione il 27,9%. Per il rimanente 48,2% non è dato sapere.

“Mentre canili e gattili sanitari sono essenziali, in numero adeguato e strettamente correlato alla popolazione umana, è invece possibile e urgente pensare a un modello che preveda la drastica riduzione dei canili rifugio – ha detto il responsabile nazionale fauna e benessere animale di Legambiente, Antonino Morabito – servono l’impegno e la determinazione di cittadini e pubblica amministrazione e una strategia che affronti il ritardo accumulato con le anagrafi territoriali e il mancato controllo demografico degli animali ‘da compagnia’. Inoltre, non va assolutamente sottovalutato che molte specie animali, quelle selvatiche in particolare, loro malgrado, sono sempre più spesso chiamate a vivere in contesti urbani dove le criticità emergono in pochissimo tempo, producendo enormi sofferenze animali e costi sanitari, sociali ed economici crescenti. A trent’anni esatti dall’approvazione della legge 281/91 è arrivato il momento che il Parlamento istituisca l’anagrafe nazionale degli animali d’affezione per garantire il benessere di tutti gli animali da compagnia, consentendo di prevenire possibili zoonosi e gestire, correttamente e con sempre meno disparità territoriali, i servizi agli oltre 100 milioni di animali da compagnia presenti nelle case degli italiani”. Secondo i comuni, in media, su 5 cani vaganti catturati e portati in canile rifugio per 4 è stata trovata una felice soluzione (tra restituzioni ai proprietari, adozioni o re-immissioni come cani liberi controllati); secondo le Asl il rapporto è di uno a uno. Ma, come per il numero di presenze registrate, i dati di dettaglio restituiscono situazioni estremamente diverse. Se, per esempio, nel 2019 a San Lazzaro di Savena (BO), Rapolla (PZ) e Acquedolci (ME) per un cane preso in carico è stata trovata soluzione per 10 altri, a Parete (CE) è stato ricollocato un solo cane su 39 presi in carico, a San Nicola la Strada (CE) uno su 34, a Mirabella Imbaccari (CT) uno su 20 e a Montalbano Jonico (MT) uno su 11. La ASL di Taranto non ha trovato soluzione per nessuno dei 795 cani presi in carico, mentre l’Area Vasta 2 per un cane preso in carico ha trovato soluzione per 5.

I cani liberi controllati, o cani di quartiere, sono meno onerosi, ma richiedono condivisione di responsabilità e spese, equilibrio tra numero dei cani e numero di cittadini incaricati e aree idonee anche in termini di accettazione sociale. I comuni che hanno dichiarato di avere cani liberi controllati sono nel 67,4% dei casi al Sud e isole, nel 4,2% al Centro e nel 28,4% dei casi al Nord Italia. Complessivamente sono stati dichiarati 1.632 cani liberi controllati, con 281 cittadini specificamente impegnati. Solo il 29,7% dei comuni dichiara di monitorare le colonie feline presenti nel proprio territorio e da questi monitoraggi risulterebbero 16.650 colonie, con oltre 143.530 gatti e 8.881 cittadini impegnati. Scarseggiano le aree cani: solo il 24,2% dei comuni dichiara di avere spazi dedicati all’aperto, in media uno ogni 9.699 cittadini residenti. Ma se, tra i capoluoghi, Siena mette a disposizione un’area cani ogni 2.361 cittadini, Reggio Calabria ne offre una sola ai suoi 174.885 residenti e Bari una ogni 157.642 persone. Solo l’14% dei comuni dichiaranti è in contatto con un centro di recupero per animali selvatici a cui indirizzare chi dovesse trovare un uccello ferito e la percentuale scende al 9% se si trova un mammifero ferito, al 2% se si trova una animale marino o un rettile in difficoltà, all’1% se si trova un animale esotico ferito. Solo l’8,7% delle aziende sanitarie dichiara di conoscere i dati sanitari degli animali ricoverati presso i centri di recupero: 4.847 animali selvatici ricoverati nel corso del 2019.

Per quanto riguarda i regolamenti e le ordinanze, il 35% dei comuni dichiara di avere un regolamento per la corretta detenzione degli animali in città, l’accesso ai locali pubblici e negli uffici in compagnia dei propri amici a quattro zampe è regolamentato in poco più di 1 comune su 10 (11%) mentre i comuni costieri che hanno regolamentato l’accesso alle spiagge sono ancora il 14,9%. Ancora pochissimi, solo il 6%, i comuni che hanno adottato un regolamento per facilitare la cremazione, l’inumazione e la tumulazione dei nostri amici a quattro zampe. Solo il 6% dei comuni rispondenti ha approvato regolamenti per facilitare le adozioni dai canili con agevolazioni fiscali o sostegni; il 3% un regolamento per facilitare, con agevolazioni fiscali o sostegni economici la sterilizzazione, o contrastare, con oneri fiscali, chi detiene riproduttori e cucciolate, mettendo un freno all’attuale, incontrollata, popolazione riproduttiva canina e felina. Il 7,8% si è dotato di un regolamento per contrastare l’uso di esche o bocconi avvelenati nei territori urbani ed iperurbani. Infine, il 10,6% dei comuni ha regolamentato l’arrivo e la sosta di spettacoli con animali, mentre il 4,3% dichiara di aver regolamentato botti e fuochi di artificio.

fonte: legambiente

Indagine di “Osservatorio Trovaprezzi.it”: il Covid 19 favorisce il settore commerciale dedicato agli animali

 Il comparto di vendita di prodotti dedicati agli animali da compagnia in Italia non conosce crisi, ma segna numeri positivi e in crescita anno dopo anno. La vendita di Pet food e di accessori per animali ha generato nel 2019 un giro d’affari rispettivamente di 14,5 milioni e 144,3 milioni di Euro. (Fonte Rapporto Assalco-Zoomark 2020)  Nemmeno l’emergenza da Covid-19 sembra aver frenato l’amore e la dedizione degli italiani nei confronti degli animali. Anzi, il lockdown ha contribuito a dare un’ulteriore spinta alla vendita dei prodotti specializzati tramite i canali online: è quanto emerge dall’ultimo Osservatorio Pet di Trovaprezzi.it che ha analizzato le ricerche sul web nel primo semestre del 2020.

Nella settimana del 9 marzo – inizio della fase 1 – nella categoria alimenti cani e gatti si registra una crescita di ricerche pari a +71% rispetto alla prima settimana dell’anno e +145% rispetto al 2019. La punta massima di oltre 83mila ricerche (+134% rispetto al 30 dicembre 2019-5 gennaio e +232% vs la stessa settimana del 2019) è stata invece rilevata tra il 16 e il 23 marzoRoyal Canin, Purina, Monge e Forza 10 sono i top brand più cercati, noti principalmente per prodotti esclusivi per gatti e cani e consigliati per diete specifiche per la prevenzione e la cura di problemi intestinali, insufficienza renale e allergie alimentari. Sul web non si ricerca solo cibo, ma anche accessori e giochi per i cucciolidal 16 marzo fino al 10 maggio la categoria è stata interessata da quasi 145mila ricerche totali. Il record massimo di +183%, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, è stato raggiunto nella settimana 13-19 aprile. La tosatrice professionale è stato tra tutti l’accessorio più in voga durante la quarantena, utile rimedio fai da te durante il periodo di chiusura dei toelettatori professionisti. Con soli 17 Euro è possibile acquistare un Kit Completo professionale composto da tosatrice con 4 diversi pettini (3, 6, 9 e 12 mm); la tosatrice più richiesta è la MOSER, con il suo motore potente ma silenzioso. Il trimmer MOSER è disponibile nella versione mini da 230W a partire da 40 euro; da 44 euro è poi possibile acquistare il modello MOSER 1400. Da ultimo gli articoli per veterinaria, che mostrano numeri positivi durante l’intero semestre con un trend di crescita già dal 20 gennaio e che resta costante fino a giugno. Il maggiore picco di oltre 71mila ricerche coincide con la settimana 20-26 aprile (+249% sulla prima settimana dell’anno e +149% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), in concomitanza con l’arrivo dei primi caldi e il bisogno di garantire agli animali le necessarie cure di profilassi. Advantix, Seresto, Frontline sono solo alcuni esempi degli antiparassitari per cani e gatti più ricercati nelle ultime settimane.

Le tendenze evidenziano un’accortezza crescente nei confronti degli animali, prevalentemente cani e gatti, entrati ormai a far parte delle famiglie conquistando un posto privilegiato all’interno delle nostre case. Si è sempre più attenti al loro benessere, al loro stato di salute e persino al loro aspetto esteriore. Da un po’ di anni c’è chi ha pensato a vere e proprie linee originali di abbigliamento ed accessori interamente dedicate ai cani (oltre 8mila ricerche nei primi sei mesi del 2020). Tra gli oggetti più cercati, oltre ai più comuni impermeabili, quelli che hanno attirato maggiormente l’interesse nel 2020 sono stati i paraorecchie (a partire da 9 Euro), indispensabili per riparare le lunghe orecchie dei cocker dagli agenti atmosferici e dalle fastidiose spighe durante le passeggiate nel verde. I cagnolini più fortunati che seguiranno le loro famiglie anche sulle spiagge attrezzate potranno avere un paio di occhiali da sole con la protezione dai raggi UV, molto ricercati negli ultimi mesi su Trovaprezzi.it (a partire da 7,35 Euro). Per completare il look dei cagnolini di taglia più piccola, gli italiani hanno cercato anche magliettine e felpine (a partire da 5,23 euro) a tinta unita, fantasia, con cappuccio e con taschino…ce n’è davvero per tutti i gusti!

*prezzi rilevati su Trovaprezzi.it nella settimana 15-21 giugno

Famiglie italiane penalizzate dall’Iva al 22% per la cura degli animali che vivono nelle nostre case

Visualizza il pdf  lettera_aperta_iva_unica_10

Nel luglio 2020 le  organizzazioni dei medici veterinari, le imprese dell’alimentazione degli animali da compagnia e dei farmaci veterinari, hanno inviato una lettera congiunta al governo ed al Parlamento italiani, affinchè l’Iva a tutt’oggi al 22% per i beni di lusso possa essere ridotta al 10% in forma agevolata e definitiva, come già avvenne per i farmaci veterinari. Alimenti e farmaci veterinari, hanno assunto il ruolo di beni essenziali e servizi di pubblica utilità soprattutto durante il primo “lockdown” nazionale. Una imposta fiscale così alta, penalizza le moltissime famiglie italiane che hanno deciso di accogliere nella propria casa almeno un animale da compagnia: secondo le stime un buon 40% di italiani vive con un cane e/o un gatto, ma devono sopportare una Iva 3 volte più alta di quella delle famiglie tedesche. In Germania, infatti, considerano importante il ruolo degli animali d’affezione nella società tedesca, per cui hanno pensato ad una aliquota IVA sugli alimenti per cani e gatti del 7%. In Italia, il settore del benessere animale, svolge un ruolo fondamentale nella prevenzione, cura, controllo e mantenimento di 60 milioni di animali da compagnia (rapporto 1/1 sulla popolazione dell’Istat) e degli animali allevati per la produzione di alimenti per l’uomo. Durante i primi mesi dell’emergenza Covid-19, questo settore ha da un lato, assicurato la continuità della filiera e dei servizi di pubblica rilevanza, ma dall’altro ha evidenziato l’incompatibilità con l’attuale pressione fiscale e dell’impoverimento globale post-emergenza che si sono determinati, che hanno causato la crisi attuale perché possa essere ulteriormente migliorato un buon rapporto tra l’uomo e gli “altri animali”. 

La Resilienza secondo l’Unione Europea

Per il vocabolario Treccani © è resilienza “La velocità con cui una comunità (o un sistema ecologico) ritorna al suo stato iniziale, dopo essere stata sottoposta a una perturbazione che l’ha allontanata da quello stato; le alterazioni possono essere causate sia da eventi naturali, sia da attività antropiche. Solitamente, la resilienza è direttamente proporzionale alla variabilità delle condizioni ambientali e alla frequenza di eventi catastrofici a cui si sono adattati una specie o un insieme di specie. Per es., le garighe mediterranee o la vegetazione dei pendii franosi possiedono un’elevata resilienza.”

Resilienza in Europa

Il 20 maggio 2020, la Commissione europea ha adottato una nuova e globale strategia per la biodiversità per riportare la natura nella nostra vita e la strategia “dal produttore al consumatore” per un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente. Le due strategie si rafforzano a vicenda e favoriscono i rapporti tra natura, agricoltori, industria e consumatori affinché lavorino insieme per un futuro competitivamente sostenibile.

In linea con il “Green Deal” europeo entrambe propongono azioni e impegni ambiziosi da parte dell’UE per arrestare la perdita di biodiversità in Europa e nel mondo e trasformare i nostri sistemi alimentari in standard di riferimento per la sostenibilità competitiva a livello globale, la protezione della salute umana e del pianeta nonché la sussistenza di tutti gli attori della catena del valore alimentare. La crisi Covid-19 ha dimostrato quanto la crescente perdita di biodiversità ci renda vulnerabili e come il buon funzionamento del sistema alimentare sia essenziale per la nostra società. Le due strategie pongono il cittadino in posizione centrale, impegnandosi ad aumentare la protezione della superficie terrestre e del mare, ripristinando gli ecosistemi degradati e dando all’UE un ruolo guida sulla scena internazionale sia per la protezione della biodiversità sia per la costruzione di una catena alimentare sostenibile.

La nuova strategia sulla biodiversità affronta le principali cause della perdita di biodiversità, come l’uso insostenibile della superficie terrestre e del mare, lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali, l’inquinamento e le specie esotiche invasive. Adottata durante la fase centrale della pandemia di Covid-19, la strategia costituisce un elemento centrale del piano di ripresa dell’UE, fondamentale sia per prevenire la comparsa e rafforzare la resilienza a future pandemie sia per offrire opportunità commerciali e di investimento immediate che rilancino l’economia dell’UE. Intende inoltre rendere la dimensione della biodiversità una parte integrante della strategia globale dell’UE per la crescita economica. La strategia propone, tra l’altro, di stabilire obiettivi vincolanti per ripristinare gli ecosistemi e i fiumi che hanno subito danni, migliorare la salute degli habitat e delle specie protetti dell’UE, riportare gli impollinatori nei terreni agricoli, ridurre l’inquinamento, inverdire le nostre città, rafforzare l’agricoltura biologica e altre pratiche agricole rispettose della biodiversità, e rendere più sane le foreste europee. Promuove misure concrete per rimettere la biodiversità europea sul percorso della ripresa entro il 2030, ad esempio trasformando almeno il 30 % della superficie terrestre e dei mari d’Europa in zone protette efficacemente gestite e destinando almeno il 10 % delle superfici agricole ad elementi caratteristici del paesaggio con elevata diversità.

Le azioni previste per la protezione, l’uso sostenibile e il ripristino della natura apporteranno benefici economici alle comunità locali, creando posti di lavoro e crescita sostenibili. Saranno sbloccati finanziamenti per 20 miliardi di €/anno destinati alla biodiversità provenienti da varie fonti, tra cui fondi dell’UE e finanziamenti nazionali e privati.

La strategia “dal produttore al consumatore” consentirà di passare a un sistema alimentare dell’UE caratterizzato dalla sostenibilità, che salvaguarda la sicurezza alimentare e assicura l’accesso a regimi alimentari sani provenienti da un pianeta sano, riducendone l’impronta ambientale e climatica e rafforzandone la resilienza, proteggendo la salute dei cittadini e garantendo il sostentamento degli operatori economici. La strategia stabilisce obiettivi concreti per trasformare il sistema alimentare dell’UE, che comprendono ridurre del 50 % l’uso di pesticidi e dei rischi correlati, di almeno il 20 % l’uso di fertilizzanti, del 50 % le vendite di antimicrobici utilizzati per gli animali d’allevamento e l’acquacoltura e infine raggiungere l’obiettivo di destinare il 25 % dei terreni agricoli all’agricoltura biologica. Propone inoltre misure ambiziose per garantire che l’opzione più sana sia anche quella più facile per i cittadini dell’UE, anche grazie a una migliore etichettatura che risponda più adeguatamente alle esigenze dei consumatori circa le informazioni in materia di alimenti sani e sostenibili.

Gli agricoltori, i pescatori e gli acquacoltori europei svolgono un ruolo fondamentale nella transizione verso un sistema alimentare più equo e sostenibile: beneficeranno del sostegno della politica agricola comune e della politica comune della pesca attraverso nuovi flussi di finanziamento e regimi ecologici per l’adozione di pratiche sostenibili. Fare della sostenibilità il marchio dell’Europa vuol dire aprire nuove opportunità commerciali e diversificare le fonti di reddito per gli agricoltori e i pescatori europei.

In quanto parti fondamentali del “Green Deal” europeo, le due strategie sosterranno anche la ripresa economica. Nel contesto del coronavirus, esse intendono rafforzare la resilienza delle nostre società nei confronti di future pandemie e minacce quali gli impatti del clima, gli incendi boschivi, l’insicurezza alimentare o l’insorgenza di malattie, anche favorendo pratiche più sostenibili per l’agricoltura, la pesca e l’acquacoltura e affrontando il problema della protezione delle specie selvatiche e del commercio illecito di specie selvatiche.

Le strategie contengono inoltre importanti elementi internazionali. La strategia sulla biodiversità riafferma la determinazione dell’UE a dare l’esempio per affrontare la crisi mondiale in questo ambito. La Commissione intende mobilitare tutti gli strumenti di azione esterna e i partenariati internazionali per contribuire a sviluppare un ambizioso nuovo quadro mondiale delle Nazioni Unite per la biodiversità nell’ambito della conferenza delle parti della convenzione sulla diversità biologica prevista per il 2021. La strategia “dal produttore al consumatore” intende promuovere la transizione mondiale verso sistemi alimentari sostenibili, in stretta cooperazione con i suoi partner internazionali.

Siti web:

Green Deal europeo

Biodiversità (in inglese)

Dal produttore al consumatore (in inglese)

Novità sul processo biogeografico

Due seminari di Natura 2000 si terranno nel  2021. Il terzo seminario alpino, ospitato dal Ministero dell’Ambiente della Svezia e dall’Agenzia svedese per la protezione ambientale, si è già svolto online dall’8 all’11 settembre scorsi, su quattro temi chiave: 1) definizione e coordinamento di un’agenda di ripristino di Natura 2000 nella regione alpina, 2) gestione dell’uso del suolo per migliorare la conservazione degli habitat e delle specie di Natura 2000, 3)ottimizzazione dei benefici comuni della gestione di Natura 2000 con mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici 4) miglioramento della connettività del paesaggio per gli habitat e le specie alpine Natura 2000. Il terzo seminario per la regione Mediterranea, verrà ospitato dalla Regione Calabria e dal Parco Nazionale della Sila, in collaborazione con l’Università della Calabria, si svolgerà nella prima settimana di maggio 2021. Verrà posta attenzione su quattro temi: 1) definizione e coordinamento di un’agenda di ripristino di Natura 2000 per la regione Mediterranea, 2) definizione di obiettivi di conservazione in sito e monitoraggio dell’impatto delle misure, 3) contrastare l’abbandono delle terre nella regione del Mediterraneo 4) sviluppo della capacità di gestione di Natura 2000. Altri dieci eventi di rete Natura 2000, sono stati selezionati per il sostegno dell’UE quest’anno.

info: https://bit.ly/2VgAlqv

Rapporto sullo stato della natura

Ogni sei anni, gli stati membri sono invitati a riferire alla Commissione europea in merito alle dimensioni e alle tendenze delle popolazioni di uccelli (articolo 12 della Direttiva Uccelli) e allo stato di conservazione e alle tendenze degli habitat e delle specie (articolo 17 della Direttiva Habitat) all’interno del loro territorio. La Commissione, con l’aiuto del centro tematico per la biodiversità dell’EEA riunisce tutti i dati al fine di vedere come sta ciascuna specie e habitat a livello biogeografico e nell’intera UE. I lavori sono arrivati ora ad un buon punto per la preparazione dell’ultimo Rapporto sullo Stato della Natura per il periodo di riferimento 2013-2018. Sia la relazione tecnica dettagliata della EEA sia la sintesi della comunicazione della Commissione saranno presentate durante la Green Week di ottobre. Ma gran parte dei dati è già disponibile al pubblico. Ciò include una serie di dashboard online che presentano alcuni dei risultati per ciascuno degli Stati membri e valutazioni di singole (o gruppi di) specie e habitat a livello UE, regione biogeografica e Stato membro.

Web page sullo stato della Natura: https://bit.ly/3dk0nz0

 dashboard online: https://bit.ly/3egExxV;    https://bit.ly/2YkDdVf